PARTE TERZA

 

 

© Texte de Riccardo N. Barbagallo, Vincent Mollet et Gennady Ulman

 

Les auteurs assurent, quant aux protagonistes principaux du roman, que toute référence à des personnes et à des faits réels serait pure coïncidence, même si certains noms ont été choisis pour donner une couleur locale marseillaise.

 

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Padre Ventura

 

 

Chapter XXXIX 

 

In which Yoga helps a lot

Padre Ventura looked magnificent. He seemed finally to get his goal and his destination. His eyes sparkled, and the square chin, usually the feature of tough people, seemed even more square than usual. Everybody understood that he would apply any kind of torture, the instruments of which were abundant everywhere. The old Gypsy, horrified, looked at the metal objects vaguely understanding what they were for.

Rodrigo made a step forward. His favorite “kris”, the Malayan dagger, curved and deadly looking, glimmered in his left hand. Rodrigo was skillful with both hands, but while fighting he preferred the left hand leaving a deceitful impression of being left-handed.

With the utmost agility, not even understanding who the girl was, he obeyed the instinct of protecting the weaker. Ready to dart his “kris”, he hissed through the clenched teeth, “Let her go. Now !”

In almost an invisible movement Padre positioned himself so that the body of the girl would inevitably be the first obstacle on the way of knife.

Zacharie said in a calm voice, “All right, Ventura. What do you want from the girl ? Since when such a brave gentleman-of –luck started to fight with kids ? What do you want to have ? Perhaps, I have what you need.”

Padre was blinded with rage, but, nonetheless, he also tried to speak calmly. “You know what I need, Kismet. I need the whole score of notes, and I need to know how to get to Chambala. I spent all my life trying to get the knowledge of what you reached without too much labor. And the girl will tell me the secrets of her father—another seeker of the truth. Her father for many years was disturbing me”

The look of Sarasvati was contemptuous. “My father ? The rajah ? Disturbing you ? My father could buy a hundred like you with only one gem from his treasury !”

The girl seemed to take away her weariness, and fear, and fatigue. Even her torn sari was not conspicuous any longer. Her thin hands bore the bruises and the  bloody spots, her wrists were still hand-cuffed together, but in front of her, not in the back.

“You want too much, Ventura,” in the same calm voice Zacharie went on. “Besides, I do not have the whole arrangement of the sounds. But, anyway, if you let the child go, I will tell you all that I know myself. I don’t see why I should not. I am positive nobody will let you inside Chambala, and nobody will open you the secrets of the world. You are brave, Ventura, and you are smart; however, you are evil. Evil people must not keep any secrets in their hands. They will ruin the life. So, Sergio Brunetto, what’s your decision?”

Padre looked even more enraged than ever. Meanwhile, Hassaf, playing with the long Gypsy knife, did not avert his eyes from Amira. “Come to me, my wife”, he said. “You are still my wife, are not you ? Do you remember, what we Gypsies do with the infidel wives ? We kill them. But I will not. Not at once”. And Hassaf giggled. Amira winced back.

“I will never free this girl”, hissed Padre. “She will respond for her father. She, not you, will tell me what I want to know. And, you know what, she is not a child. She is pretty”. The girl did not look a child, indeed. She was breathing hard, and seemed to be taking some important decision.

The sword in a wink of an eye appeared in the hand of the Man in Black. He and Rodrigo made another step forward and stopped dead, as Hassaf, grudging his teeth, put the knife to the throat of Sarasvati. The group stiffened.

And at that moment something strange and not expected happened. Sarasvati started to become taller, her hands turned into boneless limbs, sweat glistened on her forehead.

The hands-cuffs fell down with a heavy knock. Her breasts heaved highly showing that she was no child anymore. The ropes tying her legs, so she could just stand, but not move, also fell.  She made a somersault,  for which Saltis would praise her and caught the Man in Black  at the hand. “Michel’, she said, “I am here.”

Padre drew out a sword, which in his hand rotated with an unthinkable swiftness.

“You think that you always win, Kismet ? Not this time.”

Hassaf, backing, hit his elbow across the wall. It turned, and in and in an instant the two of them disappeared in the opening. Sarasvati, trembling and sobbing, acquired her former looks. “Yoga, the fourth degree”, said Michel. But his attention was drawn by something else.

He had never seen Sarasvati like that. Her breasts were half naked, and on one of them was something. Written …? Painted …?

 

Chapitre XXXIX

Dans lequel le yoga est d’une grande aide

Le père Ventura et son complice Hassaf sont enfin face au groupe de l’Homme en Noir. Le père empoigne Sarasvati et, en menaçant de la tuer, exige que l’Homme en Noir lui donne toutes ses notes et la route menant à Shambala. Sinon, il tuera la jeune fille. Même Don Rodrigo, extrêmement habile à l’épée, est impuissant – il ne peut aider la jeune fille. Et Sarasvati montre à tous qu’elle est une vraie fille de rajah indien, fière et digne. Utilisant son habileté et son entraînement depuis l’enfance au yoga, elle se libère. Elle est à moitié nue, et à ce moment, Kismet voit quelque chose sur son sein: coup, blessure?

 

Capitolo XL

 

Nel quale si invita a diffidare delle visite improvvise

A palazzo Montford tutto era pronto per la partenza. La principessa Iawdiga, elegante nel suo lussuoso vestito e ornata di uno dei copricapo all’ultima moda ordinati a Jeannette, non stava ferma un attimo per l’eccitazione di quel viaggio. Dopo aver chiesto, invano, nei giorni precedenti maggiori informazioni sui nipoti scomparsi, il marito si era deciso a rivelarle come avesse appreso le notizie.

“Come voi sapete mi trovavo a Parigi con Victor Jourdan, quel bravo giovane che sta aiutandomi nelle solite ricerche in cambio di finanziamenti per i suoi divertimenti, il più costoso dei quali è rappresentato da una bellissima cantante che proprio in quell’occasione ebbi modo di conoscere. Il sorriso di quella donna era quello di una sirena cui non si può resistere. Lo stesso viso della sciagurata donna che sposò nostro figlio Vladimir. Come si chiamava?  Aiutatemi a ricordare …”.

“Olympe, povera cara”.

“Olympe de Cabre, la rovina della nostra famiglia”. Poi, riprendendo il racconto, “Accompagnai la coppia fino all’appartamento della cantante, ma ci trovammo di fronte al padre di lui, quell’insulso, avaro e noioso Gerald Jourdan. Ci aveva seguito da Marsiglia e, alla vista di Victor con la ragazza, fece una scenata di pessimo gusto che per poco non attirò l’attenzione di mezza Parigi; quell’uomo urlò, maledisse il figlio per aver infangato l’onore della famiglia e poi, portandosi le mani al cuore, stramazzò al suolo”.

“Ma non è morto, l’avremmo saputo!”.

“Non è morto, infatti. Tuttavia le sue condizioni sono molto critiche. Victor ha abbandonato la sua conquista e con la madre, i fratelli e le sorelle, veglia al capezzale del genitore. Sembra, inoltre, che la notizia della relazione di Victor con la cantante sia giunta alle orecchie di Anne de Brot la quale ha deciso di rompere il fidanzamento”.

“Oh mio Dio che famiglia disgraziata”.

“Mai quanto la nostra, non credete Iawdiga?”, sottolineò l’Inglese lanciando un’occhiata inquisitrice.

“Ma continuate, mio caro sposo … non v’interromperò più”.

“La mia curiosità mi portò ad incontrare la cantante. Appresi che il suo vero nome è Clémentine - come vostra nipote – e che ha trascorso parte della sua infanzia in un orfanotrofio a Tolone. Ricorda la madre suonare il pianoforte e un uomo che la strappò con il fratello gemello alle sue cure. Tutto sembra combaciare, non credete?”.

“Così adesso andremo a trovarla, non è vero Reginald?” e il marito annuì con una strana espressione in volto.

Giunti alle porte di Parigi, dopo un viaggio nel quale si scambiarono soltanto alcune parole di circostanza, Lord Montford rivolse alla moglie strane domande.

“Mia cara, mi è sembrato che l’altra notte durante il sonno abbiate fatto il nome di nostro figlio Vladimir. Sembravate spaventata …”, e il suo sguardo divenne acuto e freddo come la lama di un coltello.

La principessa Veratowska, con il cuore in agitazione, intuì immediatamente che il marito aveva scoperto il suo terribile segreto e, dopo aver accennato parole incoerenti, sussurrò, “Sapete, mio buon amico che la morte di Vladimir ha sconvolto le nostre esistenze”.

“Amavate a tal punto nostro figlio da ucciderlo?”, disse improvvisamente il duca cambiando contegno. Una collera terribile, si impadronì di lui.

La principessa gettò un grido soffocato, folle di terrore. “Reginald … no, no! Ascoltate!”

“Assassina!” pronunciò allora furibondo il marito.

“Lasciate che vi spieghi come andarono le cose”, balbettò con un filo di voce la poveretta che faticava a parlare, mentre il duca la scuoteva energicamente, costringendola a guardarlo in viso.

“Parlate, vi ascolto!”.

“Una settimana dopo i funerali di Olivier de Cabre, come sapete i nostri nipoti scomparvero nel nulla. Zacharie, benché in incognito, voleva rintracciarli ma Vladimir lo fermò. Ebbero uno scontro corpo a corpo in seguito al quale nostro figlio cadde battendo la testa. Me lo disse lui stesso quando andai a trovarlo. Poi giunse Olympe chiedendo disperata informazioni sui bambini e lui le disse ridendole in faccia di averli uccisi. La poveretta perse la ragione e Vladimir quasi ne approfittò per usarle violenza. Disgustata, mi gettai contro nostro figlio che, indebolito dal sangue perduto ed ubriaco cadde dalla finestra. Ci precipitammo in strada, ma non ci fu nulla da fare. Il viso cereo, gli occhi spalancati e il petto coperto di sangue … Vladimir era morto! Soltanto Olympe ed io conoscevamo il suo vero carattere; negli ultimi tempi era diventato violento, geloso e picchiava la moglie accusandola di aver avuto i nostri nipoti da qualcun altro. Faceva uso di alcool, hashish ed io pagavo di continuo le sue spese folli. Quando mi rifiutai di essere ancora sua complice, vendette ai Turchi delle informazioni militari segrete e Zacharie de Cabre fu accusato per questo”.

Lord Montford rimase impassibile, poi chiese alla moglie di continuare.

“Eravamo al Porto quando Olympe mi sfuggì di mano. Non riuscii più a ritrovarla e forse si gettò in mare. Da oltre dieci anni soffro in silenzio per il mio delitto. Ve ne prego perdonatemi!”.

Il marito le rivolse un’indefinibile occhiata e l’invitò a riposarsi. La carrozza entrò rapida a Parigi giungendo in una zona che la principessa Veratowska non aveva mai percorso. La coppia scese dalla vettura e si trovò dinanzi ad un edificio freddo e austero. Il silenzio regnava sovrano e il freddo invernale entrava gelido nelle ossa.

“Vado ad annunciare la vostra visita”, pronunciò una donna magra e austera, introducendo i Montford in un salotto con una carta da parati verde a disegni vellutati e modestamente ammobiliato con sedie di bambù ricoperte di velluto d’Utrech giallo; il pavimento era accuratamente incerato e lustro come metallo brunito; una lampada circolare che mandava al massimo un terzo del suo chiarore era sospesa molto più alta del consueto.

 “Vi prego Iawdiga di aspettarmi un momento …”, fece Lord Montford e andò ad aprire una porticina laterale per la quale scomparve. Rimasta sola, la principessa sentì subito un’improvvisa e indefinibile inquietudine. Dopo almeno un’ora dacché il marito l’aveva lasciata, corse all’uscio ma con grande sorpresa lo trovò chiuso, mentre d’improvviso urli terribili e selvaggi attirarono l’attenzione della disgraziata. Qualche secondo dopo entrò un uomo scortato da due energumeni.

“Principessa permettete che mi presenti. Sono il dottor Baleinier e dirigo questa casa di salute dove sono sicuro vi rimetterete del vostro cattivo stato mentale. Dovete essere stanca per cui i miei assistenti vi accompagneranno nella vostra camera. Mi raccomando di seguire i miei consigli perché se vi ostinerete a non voler andare a letto sarò costretto a mettervi questa”, e indicò l’oggetto che teneva sotto braccio, una camicia di forza.

In quell’istante entrò Lord Montford e con un ghigno diabolico in viso si rivolse alla moglie, “Mia cara, presso la casa di salute del dottor Baleinier, starete ottimamente. Non vi mancherà neppure la compagnia; il dottore mi diceva che nella stessa casa è ospitata Madame de Saint-Dizier che non vedete ormai da alcuni anni. Continuerò da solo il mio viaggio e se qualcuno dei nostri amici chiederà di voi, racconterò che avete preferito andare a trovare dei parenti a Odessa. Nel caso poi non doveste più tornare, potrò dire che il colera è sempre in agguato. Non facilmente si riesce a salvare tutti coloro che ne sono colpiti, ma spero vivamente che questo non succeda a voi!”.

La principessa ebbe un sussulto nervoso e svenne.

 

Chapitre XL

Dans lequel on est invité à se méfier des visites imprévues

Lord Montford fait croire à sa femme qu’il veut l’emmener à Paris parce qu’il est sur les traces de leur petite-fille Clémentine, rencontrée par l’intermédiaire de Victor, dont la relation avec la provocante chanteuse a causé un infarctus à son père Gérald Jourdan. En fait, l’Anglais est convaincu que Clémentine est le fruit d’un adultère de sa belle-fille Olympe, et n’a aucune intention de la revoir. Durant le voyage vers Paris, Montford, qui nourrit des soupçons, fait avouer à sa femme que c’est elle qui a tué leur fils Vladimir, lequel, fumeur de haschich et alcoolique, cherchait à violenter Olympe après lui avoir dit qu’il avait tué leurs enfants et qu’il était responsable de la vente des secrets militaires aux Turcs. Zacharie, donc, non seulement n’a pas trahi la France, mais n’a pas tué son beau-frère Vladimir lors de leur rencontre sous les toits de Marseille. Arrivé à Paris, Lord Montford enferme par surprise la princesse Veratowska dans la maison de santé du docteur Baleinier.

 

Chapitre XLI

 

Dans lequel nous retrouvons un jeune homme bien ennuyé, et un homme en noir franchement inquiet

Le jeune homme bien ennuyé était Victor Jourdan, à qui les sujets de souci ne manquaient pas. Il y avait d’abord la grave maladie de son père, qui avait amené toute sa famille à s’installer dans le vaste appartement parisien dont il avait, auparavant, la disposition exclusive. Il n’était bien entendu plus question qu’il y reçoive Clémentine, laquelle, depuis quelques jours, semblait d’ailleurs le bouder.

Et de fait, la jeune actrice était d’une humeur massacrante. Dans l’intérêt que Lord Montford lui avait porté pendant son séjour à Paris, dans les nombreuses questions qu’il lui avait posées sur sa vie, elle avait vu la possibilité de faire de lui un nouveau protecteur, plus influent et plus riche que Victor Jourdan. Mais, bien qu’il l’eût quittée en promettant mystérieusement de revenir bientôt avec “d’excellentes nouvelles”, Lord Montford avait totalement disparu depuis plusieurs semaines.

Le lord était pourtant revenu à Paris, mais il n’avait même pas cherché à revoir Clémentine, persuadé qu’il était, après son entretien avec sa femme, que Vladimir avait eu raison et que la jeune actrice n’était nullement sa petite-fille.

“C’était donc cela!” se répétait-il. “Clémentine et son frère étaient les fruits de l’adultère, et mon pauvre Vladimir le savait! Maudits soient ces de Cabre, ils auront vraiment apporté la peste sur notre maison!”

En revanche, Lord Montford avait rendu une brève visite à la famille Jourdan, le temps de leur annoncer qu’il prenait le jour même la diligence pour Le Havre, où il comptait s’embarquer pour le Canada. C’était une nouvelle contrariété pour Victor, qui avec le lord voyait disparaître pour plusieurs mois, sinon plusieurs années, une source appréciable d’argent de poche.

S’étant échappé pour quelques heures de l’appartement où sa famille se relayait au chevet de son père, Victor ruminait sa mauvaise humeur devant un bock de bière, dans une brasserie du Quartier Latin. Il y fut abordé par un de ses amis, étudiant à la faculté de médecine, et s’enquit poliment de ses nouvelles.

“Je m’aperçois décidément,” lui répondit le futur Hippocrate, “qu’un médecin pourrait écrire un roman par jour, rien qu’avec ce qu’il entend de la bouche de ses patients. Surtout lorsque, comme moi, il étudie la médecine aliéniste! Notre professeur nous a amenés aujourd’hui dans une maison de santé bien connue de la capitale. Parmi les patients se trouvait une vieille dame d’allure aristocratique, évidemment atteinte de délire fabulatoire, car elle a raconté à notre maître une histoire des plus embrouillées. A l’en croire, la moitié de sa famille avait été assassinée par l’autre! Si l’on proposait un tel sujet à M. de Pixérécourt pour qu’il en fasse un mélodrame, il refuserait en le jugeant invraisemblable. C’était, toujours à l’en croire, une noble polonaise mariée à un lord anglais, la princesse Véra... Vératon...”

“Veratowska”, répondit machinalement Victor Jourdan, qui se dit aussitôt après qu’il serait peut-être bien inspiré de rendre visite à cette maison de santé.

Cela se passait le même jour que la rencontre dans les souterrains de Tolède, laquelle tournait définitivement à l’avantage de nos héros. Les estafiers qui avaient accompagné Hassaf et le père Ventura, se voyant abandonnés par leurs chefs, se repliaient en bon ordre, échangeant entre eux des murmures où revenait souvent le mot bruja (sorcière). Bientôt, Sarasvati et ses compagnons se trouvèrent seuls dans la pièce. Mais l’Homme en Noir avait un autre sujet d’inquiétude.

“D’où vient ce signe, Sarasvati?” demanda-t-il, la gorge serrée, en gardant son regard fixé sur la poitrine de l’Indienne. Sa protégée, qui avait retrouvé tout son sang-froid, répondit sans que sa voix ne tremble.

“C’est le prêtre, que Durga le mette en pièces, qui l’a tracé sur ma poitrine pendant que j’étais attachée.”

“Quand l’a-t-il fait?”

“Hier soir. Et ne cherche pas à me rassurer, Kismet: je sais ce qu’il signifie.”

A son tour, l’Espagnol s’était penché sur Saravati, et examinait sa poitrine avec une attention que la situation excusait.

“Vous avez voyagé en Inde, Don Rodrigo,” dit Zacharie, “peut-être avez-vous déjà vu ce signe?”

“Hélas oui, je reconnais les méthodes des bourreaux indiens. Et je sais aussi avec quelle substance il a été tracé.”

Comme Amira et Tarifa s’approchaient à leur tour craintivement, l’Homme en Noir leur expliqua:

“Ce signe est le hiéroglyphe qui signifie “mort” dans l’ancienne écriture senzar. L’encre avec laquelle il a été dessiné contient un poison qui pénètre progressivement à travers la peau. Il a déjà commencé son oeuvre, et si nous ne trouvons pas d’antidote, Sarasvati sera morte dans vingt-quatre heures.”

 

Chapter XLII

 

In which we look at the mad house, enjoy the sea voyage, and try hypnosis

Jadwiga Veratowska was not easy to get scared. She lived long enough to know the price of people, but being betrayed by her husband was something new. She tried to set herself free ; however, the clutch of the people grasping her was deadly impassive and strong.

“Do you understand that I am a Princess ?”, she asked hoarsely.

“Do you understand that I am having mighty friends, and that I can turn you into a piece of dust ?” The worthy doctor smiled and said, “And how are you going to inform your friends ? By pigeon mail ?”

“If you don’t stop resisting, I will have to use either this shirt, or something even better… an invention of Dr. Galvani. Have you heard of it ? It will make you quiet, trust my word.”

The princess was a wife of her husband who always was interested in everything the science could offer. Thus she heard of the frogs which were galvanized. Now she was getting more and more frightened. She remained silent, and in two minutes she found herself in a cell dark and gloomy. It was not damp, and the walls were covered with some material, which seemed soft. She was in the mad house, and she saw no way to escape. But she did not become desperate, and she did not give way to tears. She sat on the couch, respectively clean, and started to think, “Was the doctor an enemy, or he was just a doctor who wanted to treat a patient ?” That was a question which needed an immediate answer. She knocked at the door, but even the door was covered by the same material. She also felt a surge of hunger, and she started to yell…

Meanwhile Lord de Montford was in his comfortable cabin on board of the ocean bark. Thank God, it was not Montreal Line, which carried émigrés : the smell of poverty was something, which Lord de Montford could not stand even for a while. “Mary and Anne” was the name of this 5-mast bark, it was only for well-off people, and the captain, an Englishman by birth, and a Frenchman by his upbringing, was somebody admitted in the high circles of Marseilles. He personally made sure that his acquaintance felt well.

Before setting off to the sea, the captain also got something for Lord Montford : every kind of mentioning of some island in the province of Nova Scotia : Oak Island. The captain was chuckling—he never expected a rich Lord to get into this gold-chasing fever. But, perhaps, people always want more than they need, don’t they ?

Lord de Montford at that moment was looking through an old book.

“Yes, he whispered, they went straight to Canada, those Templars. I wonder, why. Was their destination the Oak Island, or whatever it was named those days ? What did they know about the place ? And just to think that those idiots are looking for treasure. Yes, treasure, but nobody except me can even imagine the character of this treasure. The door… the entrance… Do I know how to enter and what to do with my findings ? Do I want to rule the world ? ”

Not a thought of his criminal wife entered his mind. After all, she was guilty in a murder. And murder has to be revenged. Is it not something which his “relative” Zacharie said many times ? So many times that it was even possible to believe him.

When Lord was in Paris, he saw in the newspapers the face, which could not be easily forgotten. Yes, he also said that every murder had to be revenged. What his name was ?

Short and even funny. Ah, yes… Vidocq. A sleuth of remarkable qualities, as it was written. Let us wait till this sleuth will find Jadwiga, who just got what she deserved, or find a real murderer of old de Cabre. Lord de Montford always knew that Zacharie never did it. But what one could expect from ordinary people ? They would believe anything. People are silly.” With this comfortable thought Lord de Montford got asleep. Therefore, he did not see the handle on the door started to turn noiselessly. And now, dear readers, let us move to a completely different place.

Zacharie looked at Sarasvati, and asked her gently, “Listen attentively, child ! Do you remember that somebody scratched you ?”

The girl, hardly alive from fatigue and fear, slightly nodded. Don Rodrigo turned around and said, “What’s the use of asking ? Can we do something ?”

“I want to be sure in the nature of the poison. Otherwise, how can I think of an antidote?”

Sarasvati could stand on her legs. She sat down. She could not understand why somebody tried to hurt her. After all, she was so young. And people said so beautiful. Zacharie stood up drastically and said, “It’s too late to do something. I can think only of one thing.”

“Kismet, are you going to kill me ? You don’t want me to suffer ?”

“No, I am going to be an honorable guest at your future wedding, don’t you think that at this wedding we need a bride ?”

The Man in Black searched in the pockets of his cloak and got out a silver watch.

“Look at it. Don’t turn your head.”

Don Rodrigo murmured to himself, “Never believed in those tricks of Mesmer and that Portuguese priest, Abbe Faria. But, Zacharie always knows what he does. He will help the child.”

And suddenly Amira gave a scream. Sarasvati’s eyes closed. She was losing the tanned hue becoming whiter and whiter. Through the pores of her bare skin, appeared sweat ?

Some other liquid ? She started to tremble. Zacharie touched her forehead and began to speak some unknown language. Everybody was silent and tense.

 

Chapitre XLII

Dans lequel nous visitons un asile de fous, profitons d’un voyage par mer et nous essayons à l’hypnose

La princesse Veratowska est internée à l’asile par l’entremise de son mari, sans aucun espoir d’en sortir. Elle enrage et se désespère. Pendant ce temps Lord Montford, son perfide mari, voyage sur la “Mary and Anne”, un navire confortable pour gens aisés, cherchant un moyen de trouver sur l’île aux Chênes, au Canada, la porte vers un autre monde qu’il a cherchée en vain pendant si longtemps. Au même moment, Zacharie tente de sauver Sarasvati, qui a une marque au sein. Elle semble être empoisonnée. Utilisant sa connaissance et sa maîtrise de l’ésotérisme, il entreprend d’hypnotiser Sarasvati. Va-t-il pouvoir sauver la jeune fille?

 

Capitolo XLIII

 

Nel quale si narra di tragici eventi ed incontri sorprendenti

Lasciamo per adesso Toledo con la certezza che l’operazione di salvataggio della principessa Sarasvati si risolverà positivamente per trasportarci altrove e seguire la sorte di altri personaggi di questa nostro veritiero racconto.

Sebbene appartenesse al bel mondo della società marsigliese, il trentunenne Milton Montford non disdegnava di frequentare nel più stretto incognito, i sobborghi della città dove aveva spesso contatto con i peggiori elementi della malavita.

E proprio in quegli ambienti egli sperava di trovare qualcuno che, per un ingente compenso, s’incaricasse di saldare definitivamente il conto con Jeannette Lambert, la ragazza che l’aveva umiliato ed era stata, pur indirettamente, causa dello spiacevole incontro con il principe Dorgi, unico superstite dei “Guaritori Bianchi” che durante il suo periodo indiano egli aveva fatto sterminare, diventando il maggiore terrore delle popolazioni locali.

Una sera d’una decina di giorni innanzi la partenza dei suoi augusti genitori, Milton si recò alla Vecchia Ancora di Patron Girardi per incontrare il famigerato Renard, il pericoloso delinquente alla cui banda apparteneva anche Vinnie “Poussin” che non ignoriamo ormai essere uno dei nipoti scomparsi di Zacharie de Cabre.

Si sedettero in un angolo appartato e, dopo una breve discussione, si strinsero la mano e Renard rise con soddisfazione sadica, dato che anche lui non mancava di rimuginare da tempo truci propositi di vendetta nei confronti della misera famiglia Lambert. Poche ore dopo, la sua figura sinistra si allontanava rapidamente dall’edificio nel quale erano alloggiate Marguerite e la figlia Jeannette. Un fuoco di proporzioni notevoli divampò improvvisamente e a nulla valsero i tentativi della gente per spegnere l’incendio. Alcuni abitanti del modesto edificio morirono avvolti dalle fiamme, mentre coloro che vivevano nei piani superiori, si gettarono dalle finestre o dal tetto. Fra di esse anche le due donne, la madre abbracciata alla figlia nell’estremo tentativo di salvarle la vita. E in affetti fu proprio così che Jeannette riportò soltanto qualche lieve contusione, mentre per Marguerite fu subito evidente la tragicità delle ferite riportate.

Agonizzante, la povera donna chiese di rimanere da sola con la figlia e, portandosi le mani al petto, estrasse un foglio ingiallito che porse a Jeannette con un’espressione di profonda amarezza.

“Figlia mia adorata, non mi resta più molto da vivere ormai. Questa lettera contiene i dettagli di un dramma del quale sono stata sfortunatamente protagonista e che molte volte ho cercato di rivelarti. Devi sapere che Siffrein … non è tuo fratello, bensì il frutto di una violenza perpetrata da un uomo infame che, con la complicità di un falso missionario di nome Brunetto, abusò della mia persona. Sicuramente invocò Satana per il buon successo del suo atroce disegno e non facendosi alcun scrupolo riuscì ad appagare le sue più disgustose voglie. Desidero benedire fin da questo momento la tua unione con Moucheron, quel bravo giovane che ci è venuto tante volte in soccorso e sono sicura che l’Uomo in Nero veglierà su di voi,  prendendosi cura anche di Siffrein, il mio piccolo eroe”.

Queste parole furono dette con l’esaltazione di una preghiera che ella rivolgeva al Cielo, poi, tosto, spossata per lo sforzo, la povera donna ricadde inerme. Jeannette piangeva disperata, ancora incredula per tutto quanto stava accadendo così rapidamente. “Mamma, presto tu starai bene e potrai abbracciare Siffrein … di ritorno dal suo viaggio!”

La morente sorrise alla figlia e giungendo le mani disse, “Io vedo te e Siffrein … si, vi vedo felici e perdono a tutti coloro che tanto male ci hanno fatto”. Ma Jeannette singhiozzante incalzò con una domanda, “Come si chiamava quell’uomo abietto?” e con un soffio di voce, la donna rispose indicando il testo della lettera, “Il nome del padre di tuo fratello è … de Cabre”.  A quelle parole la ragazza perse i sensi; quando rinvenne dal suo deliquio un prete recitava le ultime preghiere dei defunti.

A bordo della “Mary and Anne”, intanto, Lord Montford annoiato per il lungo viaggio, aveva scorto tra i passeggeri una persona il cui volto non gli era sconosciuto, un uomo di una cinquantina d’anni, magro ed elegante. L’Inglese non ricordava bene in quale occasione l’avesse incontrato ma, incuriosito, si avvicinò a lui per sentire la discussione che l’uomo stava intrattenendo con una signorina vestita con ricercatezza ed accompagnata da un’anziana donna.

“Proprio come vi stavo dicendo mademoiselle, devo recarmi nella Nuova California. Si dovrà, anzitutto, sbarcare a Québec e poi lasciare il mare per continuare il viaggio per terra, uscendo dalle fredde terre degli Esquimesi e recarsi a Montréal, indi, attraverso le foreste, giungere nel paese dei temibili Sioux, in Missouri, attraversare le pericolosissime Montagne Rocciose e il deserto di sabbia per giungere finalmente a destinazione !”

La signorina sembrava estasiata dai nomi di tutti quei luoghi esotici, mentre la sua anziana compagna non mostrava lo stesso interesse; anzi, si alzò dal canapé dove stava riposando e chiese con autorità al nuovo arrivato di presentarsi in maniera formale.

“Il mio nome è … Lucien de Cabre” disse l’uomo indispettito, mentre Lord Monford sobbalzava al suono di quelle parole che gli riportavano alla mente fatti ormai quasi dimenticati.

A Parigi, Victor Jourdan, dopo aver molto riflettuto e consultatosi con il suo amico medico, aveva deciso di liberare la principessa Iawdiga alla quale lo legava un sincero affetto. Per una volta nella sua vita, si sarebbe accollato il peso delle proprie azioni, tanto più che ricordava con nostalgia la fiducia dimostratagli dalla nobildonna quando da bambino lo lasciava giocare con Milton, di tre anni più piccolo di lui ma sin d’allora arrogante e malevolo. Dopo alcuni tentativi falliti e, pur con qualche difficoltà dovute alla linea non propriamente sottile della principessa, Victor riuscì a farla fuggire dalla casa di salute del dottor Baleinier. La nobildonna non aveva avuto modo d’incontrare Madame de Saint-Dizier, ma la libertà valeva pur qualcosa rispetto alle convenzioni sociali!

Victor l’informò che l’avrebbe portata presso una persona di sua fiducia, così dopo una rapida corsa in fiacre giunsero a destinazione. Una frivola cameriera introdusse Victor e l’anziana donna in un salottino elegante dove stava, mollemente abbandonata in una poltrona, una ragazza che alla vista dei nuovi arrivati si alzò pigramente.

“Olympe!”, esclamò impallidendo la principessa Veratowska, trovandosi dinanzi a Clémentine.

 

Chapitre XLIII

Dans lequel on raconte des événements tragiques et des rencontres surprenantes

Tandis qu’à Tolède Sarasvati est sauvée, à Marseille le perfide Milton rumine avec Renard des projets de vengeance contre la famille Lambert. Quelques heures après, un incendie dévaste le modeste immeuble occupé par Jeannette et sa mère. Agonisante, Marguerite avoue à sa fille que Siffrein n’est pas son frère, mais le fruit d’une violence perpétrée par un de Cabre, avec la complicité d’un faux missionnaire nommé Brunetto. A bord de la « Mary and Anne », entretemps, Lord Montford revoit Lucien de Cabre, qu’il avait perdu de vue depuis des années, et sa rencontre lui rappelle des événements aujourd’hui presque oubliés. A Paris, Victor Jourdan, aidé de son ami, parvient à faire évader Lady Montford de la maison de santé, et la conduit à l’appartement de Clémentine. A la vue de celle-ci, la vieille dame pâlit, croyant se trouver devant sa belle-fille Olympe.

 

Chapitre XLIV

 

Dans lequel Ventura n’a pas ce qu’il désire, et d’autres personnages n’ont que ce qu’ils méritent

A Tolède, L’Homme en Noir et ses compagnons émergeaient des cachots de l’Inquisition. Le moine portier, craignant non sans raison d’être accusé de complicité avec le père Ventura, avait disparu, et personne ne s’opposa à leur départ. Sarasvati était sauvée, chaque parcelle de poison expulsée de son corps, mais elle était écrasée de fatigue, et Zacharie dut la porter jusqu’à l’auberge, heureusement peu éloignée, que le petit groupe occupait dans le vieux  Tolède.

A peine étaient-ils entrés dans la salle commune qu’une boule de poils se précipita dans leurs jambes, suivie à quelques mètres par quatre silhouettes bien connues.

« Darcène ! Poussin ! Siffrein ! Pourquoi n’êtes-vous pas revenus à Marseille ? » s’exclama l’Homme en Noir, pendant qu'Amiral lui faisait fête. « Et Moucheron, que diable fais-tu avec eux ? »

« Nous vous suivons à la trace depuis Almeria, » expliqua Darcène. « Les matelots de l’Andalusia nous ont dit que vous étiez partis pour Tolède, et nous espérions arriver à temps pour vous éviter des ennuis… et pour sauver Sarasvati, » ajouta-t-il en jetant un œil inquiet à la jeune Indienne.

« Elle va bien, » marmonna Zacharie, « elle a juste besoin de repos. Mais vous avez laissé le Phénix à Almeria ? » Il continua après un signe affirmatif de Darcène : « c’est parfait, notre yacht est plus à même que l’Andalusia de nous conduire jusqu’en Inde. Nous partirons dès que Sarasvati sera rétablie. » Et il sortit pour porter la jeune Indienne dans sa chambre, laissant le groupe des nouveaux arrivants médusé.

Quelques jours après, Darcène et l’Homme en Noir se trouvaient dans le port d’Almeria, préparant le Phénix à un long voyage par-delà le cap de Bonne-Espérance. Sarasvati, désormais complètement remise, faisait partie de l’expédition, Zacharie ayant estimé qu’en Inde sa présence serait indispensable. Amira, qui était devenue aussi dévouée à la princesse qu’elle l’était à l’Homme en Noir, l’accompagnait ainsi que Tarifa, d’autant que les deux Gitanes pourraient elles aussi se révéler utiles sur la terre de leurs ancêtres. Quant à Don Rodrigo, il avait affirmé à Zacharie :

« Je tiens à revoir l’Inde une dernière fois avant d’être complètement sénile, et je suis charmé que ce soit en votre compagnie ! »

Il avait été question que Moucheron retourne à Marseille, mais, pour la première fois, le colosse s’était fermement opposé à la volonté de son capitaine.

« J’ai manqué une fois à la princesse, je ne lui manquerai pas deux fois ! Ce n’est pas vous que j’accompagne, c’est elle. »

Par contre, en dépit de leurs protestations, l’Homme en Noir avait d’autorité renvoyé Poussin et Siffrein à Marseille, par la voie terrestre. « Le voyage commence à devenir trop long et trop dangereux pour toi, » avait-il dit au petit joueur de violon, « et ta mère et ta sœur doivent être impatientes de te revoir. De plus, » continua-t-il à l’adresse de Poussin, « si nos ennemis ont pu s’attaquer à Sarasvati, ils peuvent s’attaquer à…. d’autres personnes. Tu ne seras pas de trop pour aider Saltis à monter la garde à Marseille. Je vais te donner un message pour lui, il t’expliquera ce qu’il y a à faire. »

L’Homme en Noir ignorait évidemment le malheur qui venait de frapper la famille Lambert. Par contre, les personnages qu’il redoutait étaient bien loin de vouloir revenir à Marseille. De la fenêtre d’une chambre d’auberge donnant sur le port, Hassaf et le père Ventura observaient sombrement les préparatifs du Phénix.

« Cette petite peste est donc encore vivante ! » avait fulminé le Jésuite en apercevant Sarasvati. « J’avais pensé pouvoir me servir d’elle comme otage, mais puisque sa jolie peau repousse le poison, je la lui arracherai avec mon poignard. »

« Il faudra l’attraper d’abord, patron, elle et ses compagnons, » répondit Hassaf d’un ton sarcastique. « Nous avons raté l’Homme en Noir à Tolède, nous l’avions raté à Alexandrie, et d’après ce que vous m’avez raconté, vous l’aviez déjà raté une fois à Naples ! Pourquoi s’obstiner à lui tendre des embuscades qui ne réussissent jamais ? Ne serait-il pas plus simple de le suivre discrètement jusqu’en Inde, puis de l’attaquer une fois qu’il aura trouvé la porte secrète ? »

« Une fois en Inde, les choses deviendront plus difficiles pour nous, » expliqua le père Ventura. « Sarasvati, l’héritière de Chandigarh, n’aura qu’à se montrer pour rassembler des centaines de partisans prêts à mourir pour elle. Les autorités anglaises pourraient éventuellement faire obstacle aux projets de Michel, mais ce ne serait certainement pas pour servir les nôtres ! Nous serons peut-être contraints de suivre ton plan, mais je veux faire une ultime tentative auparavant. »

Pendant que le Jésuite formulait ce sombre projet, que Poussin et Siffrein s’approchaient à contrecoeur des Pyrénées, et que Lord Montford voguait vers l’Amérique avec un compagnon de voyage inattendu, Milton soupait à Marseille avec la satisfaction d’une vengeance accomplie. A la nuit tombée, il s’était retiré dans sa chambre, lorsqu’il entendit heurter à la porte qui donnait sur la terrasse de la villa.

« Renard ! » s’exclama-t-il en ouvrant, « Etes-vous devenu idiot ? Je vous avais dit de ne pas venir me voir chez moi ! » Il s’interrompit et recula instinctivement : les lumières de la chambre avaient révélé la peau jaunie du brigand, et son visage creusé par la fièvre.

« Oui, » grimaça Renard, « j’ai le choléra. Il a frappé tout d’un coup à la taverne de Girardi, le patron et sa fille l’ont attrapé aussi. Et arrêtez de reculer quand je vous parle, vous savez très bien que vous, vous ne risquez rien ! C’est ce que m’a dit cet Hindou bizarre qui fréquentait la taverne ces derniers temps : « le prince Dorgi, celui qui a réussi cette guérison miraculeuse au bal de la préfecture, possédait plusieurs doses d’un remède infaillible contre le choléra, mais il a les a toutes vendues au fils de Lord Montford. » Alors, je me suis dit que considérant les intérêts qui nous lient, vous pourriez m’en céder quelques-unes ? »

« Ce n’est pas vrai, » se défendit Milton, « il n’y avait qu’une seule dose, je l’ai prise et il ne me reste plus rien ! »

« Allons, ce n’est pas bien de mentir à quelqu’un qui a fait assez de choses avec vous pour nous envoyer tous les deux au bagne, sinon pire. Il est vrai que je mourrai probablement avant d’y aller, mais je me serai déchargé la conscience en disant à la police… »

Milton avait reculé jusqu’à l’autre bout de la pièce, où sa canne-épée se trouvait posée dans un angle du mur. Saisissant brusquement l’arme, il se rua sur le bandit, pour découvrir à ses dépens qu’en dépit de son âge et de sa maladie, Renard avait encore une poigne d’acier. L’Anglais se retrouva à terre, les mains de son adversaire nouées autour de son cou jusqu’à ce qu’il cesse de respirer.

Abandonnant Milton inerte, Renard fouilla désespérément la chambre et le cabinet de toilette, à la recherche des fioles qu’il espérait contenir le remède du prince Dorgi.

« Où les a-t-il mises ? » hurla-t-il. « Où ? »

Le brigand sentit soudain venir un nouvel accès de fièvre. Il tenta de regagner la terrasse, mais la chambre se mit à tourner autour de lui, et il s’effondra sans connaissance auprès de Milton.

 

© Texte de Riccardo N. Barbagallo, Vincent Mollet et Gennady Ulman 

 

Les auteurs assurent, quant aux protagonistes principaux du roman, que toute référence à des personnes et à des faits réels serait pure coïncidence, même si certains noms ont été choisis pour donner une couleur locale marseillaise.

 

  

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© Texte de Riccardo N. Barbagallo, Vincent Mollet et Gennady Ulman 

 

Les auteurs assurent, quant aux protagonistes principaux du roman, que toute référence à des personnes et à des faits réels serait pure coïncidence, même si certains noms ont été choisis pour donner une couleur locale marseillaise.

 

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Olympe e Vladimir

 

 

Chapter XLV

 

In which Siffrein becomes an orphan, and Prince Dorgi performs a function of a private detective

Siffrein and Poussin walked along the pavement of Marseille streets. It was already dark, and the shadows of the trees shook under their legs. They were silent, and Siffrein who already looked more mature speeded his steps. He wanted to see his mother. Poussin decided to accompany him. The last grey corner building, and, finally, his own street, rue de Panier, not the richest area, but dear to Siffrein’s heart. The old port from his house was always seen like in an open palm.

Suddenly, the boy opened his eyes, amazed and stupefied. His house was still there, but, perhaps, it was not his house—black, burned, horrible.

Siffrein stopped, looked at his friend. “What the  hell ? Where is Mom  ? Where is Jeannette ? What does it all mean ?” He screamed at the full might of his lungs.

Some neighbors looked out and in 5 minutes the boy was already aware of being an orphan. His sister vanished, and nobody knew where she was. His mother was buried not far from there at the cemetery for the poor. Siffrein was just a boy, and he burst out in tears. Poussin who was silent all the time, eventually, suggested finding his sister.

The boy wanted to go to the cemetery, but Poussin calmly said that it could be done in the morning. So far they had to find somewhere to stay for the night, to eat something, and to rest. They used the horses, several of them, exchanging them in every inn for the fresh ones. It was not too cheap, certainly. And Siffrein rode the horse only two or three times in his life. Poussin looked as if he were born in the saddle. The travel exhausted them, but, at least, they had money. Kismet provided them with everything possible. Poussin firmly took the sobbing boy by the hand and led him into the darkness of the streets.

While the boys are looking for the hotel to stay, let’s look at what happened to Renard and Milton de Montford. Both hit by mighty blows, they remained immovable. Meanwhile, a newcomer appeared in the room. He was tall, and his face was not seen under the white scarf.

Milton was the first to come back to his senses. His eyes acquired  a sensible expression, and he looked for a moment at the newcomer without recognition. Then he recognized him. “Why… what are you doing here… what… ?” He sounded dismayed and frightened.

Prince Dorgi looked contemptuously at him and said “ I would not visit your house again. It stinks with you. You are a dirty ferret. But I have some companions among Marseillean apaches, and they told me an interesting thing”.

Dorgi did not let his eyes leave Renard who was lying like dead. Milton felt humiliated, insulted, and enraged. We already had a chance to inform our good readers that he was no coward although it was hard to call him brave. He stammered, “If you had not come unexpectedly, I would have shown you how to fight.” He started to raise himself, but Prince already jerked him up. “Let’s talk”, he suggested calmly.

“About what ?”

“Well, well, the apaches say that Renard boasted he burned somebody’s house.”

“So what ? Where do I come in ? And why so much interest in Renard’s action ?”

“When a decent man sees two rascals together, this man must ask himself a question : what new crime these two are devising ?”

“Don’t you think that your burglary into my house is a crime ? You will not dare to kill us, and I will inform the police.”

“You may start informing now. I am here on the special errand of Francois Vidocq.” Milton as anybody else was familiar with this name.

“So, continued Prince, did you both burn the house of Madame Lambert ?”

“You can not prove it.”

“I am not going to prove anything. My special errand is not in proving that somebody is a criminal. For me, you both are.”

“If you are not going to arrest me or him, what do you want ?”

“For burning the house, and thus making a woman who resided there perish, you will have your pay, don’t doubt about this”, unpleasantly smiled the Prince.

He pushed Renard with his boot, and when the latter moaned and opened his eyes, Prince waited for a moment and asked, “Renard, do you hear me ? Immediately answer, where is Poussin ? I need him now. “

Renard burst out laughing. “But I don’t have the slightest idea where this renegade can be.”

“No idea ?”

“If you don’t hint where I can find him, I will enjoy burning  you both. People will only thank me.”

“Please, don’t do anything. I will tell you all I know”, implored the frightened robber. But he really knew not much.

 

Chapitre XLV

Dans lequel Siffrein devient orphelin, et le prince Dorgi exerce le métier de détective privé

Siffrein et Poussin reviennent à Marseille pour découvrir que Siffrein n’a plus de maison (elle a brûlé), que sa mère a péri dans l’incendie, et que sa soeur a disparu. Siffrein est bien sûr abattu et désespéré. Poussin l’emmène dormir à l’hôtel. Le prince Dorgi arrive chez Milton Montford et trouve à la fois Renard et Milton. Le prince semble tout savoir des deux truands. Il dit être un agent spécial du chef de la police française, François Vidocq. Le prince les accuse d’avoir tous deux participé à l’incendie de la maison des Lambert, l’un activement et l’autre donnant l’ordre. Puis il demande où est Poussin. Renard est prêt à tout dire, mais ne sait pas grand-chose.

 

Capitolo XLVI

 

Nel quale la temperatura corporea di Lord Montford è più bassa del solito

“Capitano”, esclamò concitato il marinaio, mentre la tempesta si scatenava con violenza crescente, “abbiamo una larga falla a babordo e la nave fa acqua da tutte le parti … affondiamo!”.

“Alle pompe!”, ordinò allora il capitano e, da autentico bretone abbozzò un rapido segno della croce augurandosi che Nostra Signora dei Flutti proteggesse gli occupanti della sua nave. Ma tutto fu vano e dopo un’ora il fianco dell’imbarcazione s’aprì mandando un sinistro rumore. Echeggiò un grido, “la nave è perduta … alle scialuppe!”.

Un’enorme ondata passò sulla nave, si udirono lamenti strazianti e poi il bastimento s’inabissò in mare. L’unica scialuppa di salvataggio che aveva imbarcato dei passeggeri, non ne conteneva più di una decina e fra questi, Reginald Montford.

All’improvviso un gemito giunse alle orecchie dell’anziano nobile, “Lord Montford, salvatemi … ve ne prego. Vi racconterò tutto!”. E l’Inglese, facendosi aiutare dagli altri occupanti della scialuppa, caricò nell’imbarcazione Lucien de Cabre completamente intirizzito dal freddo. Fra i due uomini vi fu uno sguardo d’intesa, poi de Cabre perse i sensi.

Ma cerchiamo di andare con ordine, facendo un passo indietro nel nostro racconto.

Erano trascorse due settimane da quando Lord Montford si era imbattuto in Lucien de Cabre del quale ricordava l’amicizia con uno strano missionario giunto a Marsiglia dal Sud-America e che gli aveva fatto credere di poterlo mettere sulle tracce del Graal.

Prima Cagliostro, poi quel tale Brunetto si erano entrambi presi gioco di lui soffiandogli una grossa cifra di denaro e …Lucien de Cabre seguiva come un’ombra quel dannato monaco, sempre che si trattasse davvero di un missionario. Adesso, dopo oltre dieci anni, si sarebbe fatto rivelare da Lucien dove trovare quel mistificatore.

Ma de Cabre sembrò non riconoscere affatto Lord Montford, dichiarando anzi di non essere neppure originario di Marsiglia. L’Inglese allora, non volendosi arrendere, aveva assoldato un mozzo affinché s’introducesse nella cabina di Lucien per trovare qualche documento interessante. Il mozzo sottrasse delle lettere in base alle quali Lucien si stava recando in Nuova California per contrarre matrimonio con una certa Azelma, figlia del suo socio in affari, un certo Thénardier il quale da quasi due anni aveva dato vita ad un lucroso commercio: tratta dei negri.

Lord Montford aveva adesso gli strumenti per poter ricattare Lucien e farsi da lui rivelare fatti ormai quasi dimenticati. Stavano discutendo animatamente quando la nave affondò, ma l’Inglese reputò utile salvare de Cabre.

La scialuppa vagò per giorni e giorni alla deriva, senz’acqua e senza viveri, mentre tra i suoi occupanti prostrati, si svolgevano scene d’isterismo tali che qualcuno finiva in mare non sopportando il supplizio della sete.

Lord Montford e Lucien de Cabre sembravano sopportare meglio degli altri questa situazione, ma loro come è noto erano fatti di tutt’altra pasta …

Resistettero con altre quattro persone, finché si delineò netta e precisa un’immensa pianura coperta di neve e furono soccorsi da uomini vestiti di pelliccia.

All’epoca della nostra narrazione la Groenlandia, il Labrador e tutte le regioni bagnate dal mare Polare erano abitate unicamente da tribù nomadi di Esquimesi, popolo assai primitivo che trae la vita soltanto dal prodotto della pesca e da qualche commercio di pellicce. La pesca viene praticata principalmente negli arcipelaghi di ghiaccio che seguono la linea della costa fino alla parte bassa del Canada. In quegli arcipelaghi gli Esquimesi vanno a caccia della foca, la cui carne costituisce uno dei migliori alimenti e la cui pelle serve loro per far calzature, indumenti e per ricoprire le loro imbarcazioni.

Il viaggio verso l’India della compagnia di Zacharie de Cabre fu lungo e snervante. All’arrivo si erano istallati presso alcuni dei ribelli che si opponevano al giogo inglese. Sarasvati, tuttavia, era stata colta da una febbre insidiosa che l’aveva costretta a letto per una decina di giorni, durante i quali fu curata con affetto e dedizione da Tarifa e Amira. Anzi, secondo un rituale gitano, la bella Amira si era tolto dal collo un medaglione e lo aveva appoggiato sul capo della giovane principessa, mentre Tarifa pronunciava delle misteriose parole.

Il caso volle che il marchese de La Roca vedesse il medaglione rimanendo profondamente turbato. Senza porre tempo in mezzo, lo Spagnolo chiese a Amira informazioni relativamente al prezioso oggetto. Saltò fuori che il medaglione rappresentava l’unico ricordo di sua madre, morta dandola alla luce.

Marissa, così si chiamava la donna, era l’ultima dei dodici figli di Tarifa e per questo da lei prediletta. Non aveva ancora diciassette anni quando, durante una campagna di scavi in Egitto conobbe un archeologo del quale s’innamorò. Passarono assieme molto tempo e lui le fece dono del monile trovato presso un sarcofago, poi partì per il suo paese natale. Alcuni mesi dopo nasceva Amira che Tarifa, alla morte di Marissa, allevò come una figlia.

A conclusione del racconto, Amira si accorse che il marchese aveva le lacrime agli occhi, avendo riconosciuto nella gitana la sua unica figlia ed erede.

“Amira … mia diletta, abbraccia tuo padre. Sono io l’uomo che amò la tua innocente madre!”. Alla notizia furono organizzati dei festeggiamenti e per qualche ora Zacharie dimenticò i drammi della sua vita movimentata.

Ma, intanto, che ne era stato di Lady Montford dopo avere ritrovato la nipote Clémentine? E del perfido Milton? Poussin e Siffrein avevano ritrovato Jeannette scomparsa come nel nulla alla morte della madre?

E’ ciò che scopriremo assieme seguendo le vicende del prossimo capitolo.

 

Chapitre XLVI

Dans lequel la température corporelle de Lord Montford est plus basse que de coutume

La “Mary and Anne” fait naufrage, et parmi les quelques survivants qui échouent au Groenland sont Lord Montford et Lucien de Cabre, auquel l’Anglais décide de sauver la vie en échange d’informations qui l’intéressent après avoir découvert, par des lettres subtilisées avec la complicité d’un mousse, que de Cabre est impliqué dans la traite des noirs. Montford reproche en outre à de Cabre son amitié avec Brunetto, l’étrange missionnaire venu d’Amérique du Sud à Marseille, qui l’a escroqué en lui faisant croire qu’il pouvait le mettre sur les traces du Graal. Il espère, avec l’aide de Lucien, pouvoir le retrouver pour se venger. Le groupe de Zacharie arrive en Inde, où le marquis de La Roca découvre fortuitement, grâce à un médaillon, qu’Amira est sa fille, née de sa liaison avec Marissa.

 

Chapitre XLVII

 

Où l’on entre dans l’Hôtel de Cabre comme dans un moulin

En quittant les ruines de ce qui avait été le foyer de Siffrein, les deux jeunes gens, Amiral trottant sur leurs talons, étaient allés frapper à la porte de l’hôtel de Cabre. Là, ils avaient présenté à Saltis la lettre d’explications que Zacharie leur avait remise pour lui.

“Ainsi, ton nom est Vinnie et ton surnom Poussin,” dit-il à l’aîné des garçons, après avoir lu et relu la missive. “A vrai dire,” sourit-il, “je savais déjà que tu étais devenu l’un de nos amis. C’est un Indien, qui paraît-il connaît fort bien le capitaine et Darcène, qui me l’a appris voici quelques jours. Cet Indien venait me demander des renseignements sur toi. J’aurais été bien en peine de lui en fournir: je n’ai aucune nouvelle du capitaine depuis des mois, et avant sa visite j’ignorais jusqu’à ton existence. Je l’ai invité à revenir aujourd’hui, tu pourras t’entretenir toi-même avec lui.”

“Un Indien? Qu’est-ce qu’il me veut?”

“Je ne sais pas. Il tenait à ne le dire qu’en ta présence.”

“Il y a plus urgent,” s’impatienta Poussin. “La maison du petit Siffrein a brûlé, sa mère est morte et sa soeur a disparu. J’ai pensé qu’il pourrait loger ici avec son chien, et qu’avant de parler à des Indiens que je ne connais pas, je devrais me mettre en quête de sa soeur.”

“Il se pourrait que les deux affaires soient liées.” La voix du prince Dorgi, entré dans le hall de l’hôtel dont la porte était restée ouverte, fit sursauter tout le monde. A peine Poussin était-il remis de sa surprise que l’Indien fut en butte de sa part à un déluge de questions, auxquelles il s’efforça de répondre en bon ordre, pendant que Siffrein et Saltis écoutaient eux aussi avidement.

“Il se trouve,” expliqua le prince, “ que je suis le correspondant à Marseille d’un cabinet de recherches dans l’intérêt des familles qu’a fondé, depuis qu’il a dû quitter la police, notre illustre François Vidocq. Ce cabinet a récemment été sollicité par un lord anglais établi à Marseille, le duc de Montford. A la suite d’une rencontre fortuite qu’il avait faite dans un théâtre parisien, le lord désirait avoir tous les renseignements possibles sur deux enfants qui, une dizaine d’années plus tôt, s’étaient trouvés sous la garde de son fils Vladimir, aujourd’hui décédé. En enquêtant auprès de mes informateurs marseillais, j’ai découvert que ce Vladimir, tout fils de lord qu’il était, avait quelques fréquentations fort peu recommandables, en particuliers un truand du nom de Tonneau-Plein. Mes amis se souvenaient fort bien de ce personnage, et qu’il avait un temps eu chez lui deux enfants d’origine inconnue. Après la mort de Tonneau-Plein, la fille avait été confiée à un orphelinat, et le garçon recueilli par un autre truand de même acabit, un certain Renard. Je connaissais fort bien ce Renard...”

Ici, le prince raconta à ses auditeurs la scène à laquelle il avait participé quelques nuits auparavant dans la chambre de Milton Montford.

“Renard m’a dit ce qu’il savait sur toi, Poussin, c’est-à-dire qu’à Naples tu avais quitté les voies de la truanderie pour suivre celles de l’Homme en Noir. Et je savais pouvoir trouver la trace de celui-ci à l’Hôtel de Cabre... Notre ami Saltis, qui n’avait jamais entendu parler de toi, est tombé des nues en me voyant arriver, mais au nom de nos amis communs le capitaine et Darcène il m’a invité à revenir à l’hôtel quand je voudrais, et me voilà. A ce propos,” ajouta-t-il à l’adresse de Poussin, “pour le cas où tu t’inquièterais de Renard, il est mort.”

“Vous l’avez tué?”

“Indirectement, je le crains. Au moment où, ayant appris ce que je désirais savoir, j’allais quitter la villa Montford, Renard m’a a nouveau supplié de lui trouver des remèdes contre le choléra. Je lui ai répété ce que je lui avais déjà fait croire la veille, à savoir que les seuls que je connaissais étaient en la possession de Milton Montford. Ce n’était pas plus vrai que la veille, mais le vieux truand était toujours aussi crédule. Au regard qu’il a lancé à notre hôte, j’ai compris que tous deux allaient reprendre la “conversation” qu’ils avaient avant mon arrivée. Montford s’est précipité vers un tiroir de son bureau et en a sorti un pistolet qu’il a brandi. Je me suis hâté de sauter par la fenêtre, et à peine avais-je atteint le sol que j’ai entendu le coup de feu. Je me suis hâté de déguerpir, pensant que s’il y avait une deuxième balle elle pourrait bien être pour moi. Le lendemain, la rumeur courait la ville que le jeune Milton Montford avait surpris chez lui un cambrioleur qui avait tenté de l’étrangler, et qu’il l’avait abattu. Mon but était plutôt,” acheva-t-il avec une pointe de regret, “que Renard tue Montford, mais on ne peut pas tout avoir. Je t’ai trouvé, c’est le principal.”

“Mais pourquoi me cherchiez-vous? Et qu’est-ce que j’ai à voir avec ce lord anglais et son fils?”

“La réponse,” interrompit Saltis, “se trouve sur un tableau accroché ici même, dans le salon de musique. J’aurais dû me douter de cela, Poussin, dès que j’ai vu ton visage.”

Sur un signe approbateur du prince, Saltis conduisit ses visiteurs dans la pièce où nous avons déjà vu accroché le grand portrait de Vladimir et Olympe de Cabre. Avec stupéfaction, Poussin reconnut ses propres traits sur le visage du défunt officier de la Garde Impériale.

“Tu vois,” lui glissa Siffrein, “je te disais bien que je t’avais vu sur un tableau!”

“Qui est-ce?” demanda Poussin d’une voix blanche.

Avant que le prince n’ai pu répondre, Saltis, qui était ressorti en entendant que l’on frappait de nouveau à la porte de l’hôtel, réapparaissait avec trois visiteurs. Victor Jourdan escortait une dame âgée et une jeune femme. Ce ne fut qu’un cri:

“Mon petit-fils!”

“Mon frère!”

“Ma soeur!”

Pendant que le prince Dorgi s’efforçait de ranimer Iawdiga Veratowska qui s’était évanouie, Clémentine et Poussin tombaient dans les bras l’un de l’autre. On s’expliqua: après que la princesse ait miraculeusement, grâce à Victor, retrouvé sa petite-fille à Paris, les deux femmes avaient décidé de revenir à Marseille pour tenter de connaître le sort de Poussin. Avant de commencer leurs recherches, Iawdiga avait absolument voulu montrer à Clémentine l’ancienne demeure des de Cabre et les tableaux qui y étaient peut-être encore accrochés. Cette heureuse inspiration les avait fait arriver à l’hôtel moins de deux heures après le jeune homme.

“A mon avis,” conclut Saltis, “il est temps que cette maison dévoile ses derniers mystères.” Et ce disant, il entreprit de déverrouiller une porte qui, à partir du salon de musique, conduisait dans une partie de l’hôtel où Siffrein n’était jamais rentré.

 

Chapter XLVIII

 

In which we learn about the adventures by Jeannette

Where was Jeannette ? This was a mystery which we, dear reader, will not conceal from you any longer.

Jeannette, as we know, lost everything in her life. Her mother, her miserable home, she did not know where her brother was. She did not have any friends where she could ask for a temporary shelter. More than this, she did not have any news about her beloved Moucheron. Nor she could think how to get any news about him. The day before, she had a family. Now she had become homeless. Her employer, whom she had visited the morning, was all sympathy, but very firm in saying that she could not keep a girl without home. The only thing which she could for Jeannette was to give her the final salary, and let her rest for a two days in the house of her acquaintances, Doctor de Brot, who needed a nice-looking maid for his daughter Anne. Her usual maid got sick, and Anne could not get without somebody’s help.

The Doctor’s house shocked Jeannette. She had never seen before such a spacious room not used by people. It was called a very difficult word” the laboratory”, and the doctor worked there making experiments.

Jeannette tried to do her best to please young Anne who was actually her peer. Anne was not arrogant although she belonged to a rich family. The wealth of the family was felt in everything, but without showing-off.

Jeannette was praying every day that the maid she was substituting did not recover too fast although she knew her thoughts were not too noble.

On the third day of her staying with Mademoiselle Anne who was always gloomy (a very surprising feature of a young girl), Jeannette cleaning the hall saw a portrait of a young gentleman who impressed her. As she was born in the big port and saw a lot of different people from other countries, she immediately understood that gentleman was not French. He had Italian features. Not being pleased with herself for her curiosity, she carefully turned the portrait, and read the legend “To dear Doctor de Brot from Giuseppe Mazzini to remind him of our common friend Kismet”.

Jeannette was amazed. Kismet ? Was that not the name of the mother’s savior ? Could there be any other man bearing the same name ? She remembered so clearly how it was.

“What does it mean?”, she asked. “It means-Destiny” was the answer.

So the Doctor knew Kismet. But how to ask him about this ?

That evening was harder for Jeannette than any evening before.

Eventually, she came up to the girl, and asked her permission to walk a little. She said she felt a splitting headache, and that was true.

Coming to the street, she did not understand how, but her small feet turned as if by themselves. Jeannette was walking to the Old Port. Why ? She could not answer herself.

Her cheeks were flushing, she rushed with every moment faster and faster.

Finally, she stopped to take a breath saying to herself that nobody was running after her.

Suddenly she felt the hand on her waist, and the next moment, she felt herself in the air.

Her heart sank, but she understood who it was, and with the tears streaming down, she found herself in two mighty hands of somebody she even was afraid to think about.

It was Moucheron.

“I found you”, he said breathlessly. “Now I will take you away from wherever you are.

I will bring you to somebody you want to see. I will bring you to our friends”

And for the first time since her mother’s death, Jeannette started to cry. She could not stop. Then a female voice woke up the girl…

 

Chapitre XLVIII

Dans lequel nous apprenons les aventures de Jeannette

Jeannette, restée sans domicile, va chez les de Brot. Elle devient la servante d’Anne de Brot. Elle a un toit et de la nourriture, mais son amoureux Moucheron et son frère lui manquent. En faisant le ménage, elle trouve un portrait de Giuseppe Mazzini avec quelques mots au dos: “Au cher docteur de Brot, de la part de Mazzini, pour lui rappeler notre ami commun Kismet.” Jeannette est surprise. Son patron connaît donc son ami Kismet?! Inquiète et nerveuse, elle sort et, dans un demi-rêve, voit Moucheron qui vient l’emmener auprès de leurs amis. Hélas, ce n’est qu’un rêve.

 

Capitolo IXL

 

Nel quale si dimostra che una discussione con un amico può portare a delle felici deduzioni

Quella calda sera d’estate Zacharie era assorto ad osservare una splendida luna rossa che occhieggiava nel cielo d’India, quando Darcène si avvicinò per porgergli una domanda.

“Amico, non hai aperto bocca per tutta la sera! Posso sapere a cosa stai pensando?”

Zacharie si riscosse improvvisamente ma rispose solo dopo un momento d’esitazione, “penso alla nostra esistenza travagliata e recentemente anche … al Siciliano. Da quando abbiamo appreso che le carte di mia madre conducono al talismano un tremendo dubbio mi tormenta …”.

“Credo d’intuire Zacharie … ritieni che il Siciliano possa essere stato l’artefice di tutto quanto è successo sin dall’inizio. La tua rovina, la morte di Olivier, la scomparsa di Olympe e dei suoi bambini, ogni cosa per costringerti, in qualche modo, a cercare quel talismano che potrebbe renderlo un Immortale !”

“Hai visto giusto Roland … è proprio ciò che temo. Tuttavia, non posso dimenticare il suo affetto filiale nell’istruirmi per questa ricerca e come si sia preso cura di me quando pensavo di mettere fine ai miei giorni. Non credo che fingesse … almeno il più delle volte; e poi c’è l’ombra malefica di Ventura da non sottovalutare, non credo segua sempre le istruzioni del Siciliano”.

“Già … padre Ventura. La prima volta che l’incontrasti avesti modo di duellare con lui battendolo, poi l’hai ritrovato dopo tanti anni a Catania, segretario del Padre Venerabile. Certo nessuno avrebbe pensato che ci avrebbe dato la caccia durante le nostre peregrinazioni in giro per il mondo”.

“Ufficialmente conobbe me e il Siciliano in Turchia e dal primo istante cercò la sfida. Al Siciliano piacevano le nostre dispute sul senso della Vita e favorì la competizione fra noi, ma poi io partii per occuparmi d’altro”.

“Diventasti un giustiziere!”.

“Come lo siete tu e Horace. Ognuno, a proprio modo, ha cercato di battersi per la libertà e la giustizia; in effetti, avevo quasi dimenticato di ricercare la verità per essere riabilitato. Se non avessi ritrovato Olympe e Poussin,  mio nipote Vincent scomparso con la sorella, non so se avrei mai intrapreso questa ricerca che sta tanto a cuore al Siciliano. Non c’incontravamo ormai da parecchi anni giacché lui non era più in grado di viaggiare. Certo desideravo sin dall’inizio trovare l’assassino di mio padre ma le stesse mani che continuano ad aiutare il prossimo … hanno ucciso. Sono l’assassino di Vladimir e dovrei espiare per questo mio delitto!”

“Non ho mai creduto che tu avessi ucciso Montford. In ogni caso, adesso è giunto il momento di conoscere tutta la verità e dovremo muoverci con determinazione”.

“Ben detto Roland, non voglio aspettare che Ventura ci tenda l’ennesimo tranello. Domani, quando probabilmente valicheremo una delle sette porte che conducono alla città sotterranea e attiveremo quel dannato talismano, teniamoci pronti per uno scontro violento. Ventura dovrà pregare parecchio perché da questo momento sarò il suo … incubo”.

“Sarai il Vendicatore di Marsiglia … non suona bene per il titolo di un romanzo?”

“Non è il tempo dei romanzi … pensiamo bene anche al nostro ritorno in patria con l’aerostato che hai collaudato. Risparmieremo alcuni mesi di viaggio!”

 “Pensi allora di dimostrare presto che Ventura fosse coinvolto nella morte di tuo padre? Ma se non era neppure a Marsiglia a quel tempo!”

“Sembra impossibile ma la verità sta affiorando poco per volta. Proprio stamani, discutendo casualmente con don Rodrigo di viaggiatori instancabili e avventure pericolose, ho avuto la certezza che Ventura era a quell’epoca a Marsiglia. Il discorso è caduto su mio zio Lucien che a quanto avevo appreso lasciò Marsiglia immediatamente dopo il funerale di mio padre. Sarebbe potuto tornare per reclamare i beni di famiglia dopo la tragedia, ma di lui si persero le tracce”.

“D’accordo Zacharie, ma quale sarebbe il nesso fra tuo zio e padre Ventura?”

“Abbi la pazienza di seguirmi nel racconto Roland … una cosa per volta!”.

“Ti ascolto”.

“Bene … stavo raccontando a don Rodrigo un episodio accaduto in India nel 1814 quando spavaldamente mio zio volle sottrarre un magnifico rubino che ornava l’idolo della dea Kalì, adorata dalla sanguinosa setta dei Thugs. La situazione sarebbe precipitata se non fosse intervenuto il raja Basanti, amico del capitano Leclère della nave dei Morrel a bordo della quale viaggiava Lucien. Mio padre rimase sempre grato al raja Basanti e lui poi ci affidò Sarasvati”.

“Già … la nostra Sarasvati che io ho allevato con Dorgi dopo la morte dei loro genitori e della mia amata Keska”.

“Don Rodrigo è assolutamente certo di aver incontrato circa sette anni addietro Lucien, anche quella volta invischiato in una situazione pericolosa. A quanto pare mio zio, che ha sempre avuto una grande passione per le belle donne e le antiche civiltà scomparse, si vantava con don Rodrigo di avere conosciuto a Marsiglia un missionario giunto dal Sud-America che aveva studiato un libro sacro azteco che riportava una sorta di calendario la cui interpretazione lasciava presagire la possibilità di … arrestare il tempo!”

“Piuttosto che arrestare il tempo forse contemplava la possibilità di sopravvivenza di una stirpe d’Immortali per i quali il passare degli anni non ha significato”.

“Vedo Roland che anche tu sei giunto alla medesima mia conclusione”.

“E quel missionario sarebbe Ventura?”

“Ne sono certo. Mi sono ricordato che proprio in quel periodo Lord Montford fu raggirato da un “missionario”. Come sai l’Inglese ha speso la sua esistenza alla ricerca del Graal …

e credo di aver intuito che mio padre si fosse rivolto proprio a lui per far cadere le accuse nei miei confronti, in cambio di alcune copie dei documenti in mio possesso”.

“Allora potrebbe essere Lord Montford l’assassino!”

“Non lo credo affatto. Nonostante il suo smisurato egoismo, Lord Montford non è un assassino, anzi stimava mio padre benché i rapporti fossero tesi a causa del matrimonio di Vladimir con Olympe. Per il duca era inaccettabile che suo figlio sposasse mia sorella, ma a ben vedere i rapporti con Vladimir erano già tesi all’epoca in cui lui volle seguire l’imperatore Napoleone Bonaparte”.

“Allora prima che tuo padre incontrasse Lord Montford accadde qualcosa d’imprevisto. Ventura, all’insaputa del Siciliano, uccise tuo padre e s’impossessò delle copie dei documenti. Ma aveva bisogno di un complice e forse …”.

“Puoi terminare la frase amico. Pensi che mio zio Lucien sia stato suo complice, ma a quale scopo? Forse Lucien non immaginava quali fossero le intenzioni di Ventura. Bisognerebbe catturare quel dannato monaco e farlo parlare, oppure condurlo al cospetto di Lord Montford, solo così scopriremo la verità”.

 

Chapitre IXL

Dans lequel il est prouvé qu’une discussion avec un ami peut conduire à d’heureuses déductions

Zacharie discute avec Darcène de l’implication possible du Sicilien dans les malheurs qui ont frappé la famille de Cabre, de sa ruine, à la mort de son père Olivier, jusqu’à la disparition d’Olympe et de ses enfants. Mais le récit de Don Rodrigo relatif à une aventure advenue à Lucien de Cabre en Inde en 1814, l’amitié de ce dernier avec Brunetto, revenu d’Amérique du Sud avec un livre sacré aztèque contenant une sorte de calendrier dont l’interprétation laisse présager la possibilité pour certains élus de devenir immortels, ouvrent la possibilité de nouvelles solutions. C’est peut-être plutôt Brunetto, alias Ventura, qui a tué Olivier avec la complicité de Lucien, et Lord Montford pourrait connaître au moins une partie des faits.

 

Chapitre L

 

Dans lequel Lucien de Cabre et Nostradamus se révèlent utiles chacun à leur façon

Dans le courant du mois de juillet 1835, pendant que l’Homme en Noir et ses compagnons progressaient à travers les jungles indiennes, une corvette de Sa Majesté Britannique effectuait sa patrouille périodique le long des côtes du Canada. Elle avait presque atteint la pointe nord du Labrador lorsque l’attention de l’équipage fut attirée par un groupe d’Esquimaux debout sur le rivage, au milieu desquels gesticulaient plusieurs personnages de type européen. Le commandant Guillant donna l’ordre d’aller les chercher et de les conduire à bord, où ils expliquèrent être des naufragés du navire Mary et Anne, du Havre, disparu plusieurs mois auparavant en plein Atlantique. Le lecteur s’en doutera, Lord Montford était parmi eux, et c’est lui qui apprit au commandant les détails de leur aventure.

“Tout près de mourir de faim et de froid, nous avons été recueillis par ces braves Esquimaux, qui malheureusement venaient de passer un hiver très difficile: la contrée se trouvait totalement dépourvue de gibier ou de poisson, et ils étaient tout aussi affamés que nous. Au moment de notre arrivée, ils venaient de décider un tirage au sort pour savoir lequel d’entre eux servirait à prolonger la vie du groupe. Notre arrivée nous a permis de participer au tirage, et le sort est tombé sur l’un de nous, un Français nommé Lucien de Cabre.”

Les yeux du commandant s’agrandirent d’horreur.

“Ils l’ont mangé?”

“Ils ont eu la bonté de nous laisser notre part, et nos forces à tous se sont trouvées assez rétablies pour que nous puissions nous mettre en marche vers une contrée plus méridionale, et plus riche en nourriture. Puis le printemps est revenu, et il ne nous restait plus qu’à attendre que vous nous trouviez.”

“Bien, bien,” dit le capitaine, quelque peu effrayé. “Nous n’allons pas tarder à regagner Halifax, notre port d’attache, et c’est là que nous pensons vous déposer.”

Le visage de Lord Montford s’éclaira.

“Halifax, en Nouvelle-Ecosse? Parfait! C’est justement tout près de l’endroit où je comptais me rendre.”

Ce que Lord Montford ne dit pas au commandant, c’est qu’avant de mourir Lucien de Cabre lui avait remis un document qu’il gardait toujours sur lui, en le suppliant de ne le remettre à nul autre qu’à sa famille, en supposant que son neveu Zacharie et sa nièce Olympe soient encore vivants. Lord Montford avait eu l’indiscrétion de lire le document: une sorte de confession, qui l’avait laissé stupéfait.

“S’il y a encore des de Cabre quelque part dans le monde, se dit-il, ils seraient sans doute bien surpris de lire ceci. En attendant, gardons-le précieusement!”

Il avait des soucis plus urgents pour le moment. Sitôt arrivé à Halifax, il se mit à la recherche des hommes qui avaient participé aux précédentes expéditions dans l’île aux Chênes. Il n’eut aucun mal à les convaincre qu’il savait assez de choses, et possédait assez d’argent, pour organiser une nouvelle campagne de recherches. Quelques jours après, à la tête d’une équipe de robustes ouvriers, Lord Montford quittait Halifax sur un petit cotre qu’il avait loué, à destination de l’île aux Chênes.

Tandis que les fouilles à la recherche du Graal allaient bon train, Zacharie, Darcène,  Don Rodrigo, Moucheron, Sarasvati et les deux Gitanes émergèrent de la jungle pour se trouver dans une vaste clairière, au centre de laquelle se dressaient les ruines d’un temple. L’Homme en Noir examina les statues érodées, presque entièrement recouvertes par les plantes grimpantes, qui semblaient veiller sur l’édifice.

“Des femmes à tête de lion!” s’exclama-t-il. “Cette fois, mes amis, nous touchons au but!”

Dans l’immense enceinte du temple, Zacharie et ses compagnons entravèrent les deux éléphants qui les avaient transportés depuis Bombay. Ils installèrent leur campement, sans oublier de décharger l’enveloppe de l’aérostat qu’ils s’étaient procuré, et les bouteilles d’hydrogène qui devaient permettre de le gonfler en moins d’une heure. Après avoir abattu les broussailles qui avaient poussé devant l’entrée de la salle principale, ils pénétrèrent dans l’édifice, dont la surface et la hauteur auraient fait honte aux nefs des plus grandes cathédrales européennes. Zacharie et les siens se perdirent un long moment dans la contemplation des symboles gravés qui couvraient les murs et les colonnes.

“Eh bien?” finit par demander Darcène. “Peux-tu trouver l’entrée de l’Agartha dans tout ceci?”

“L’Agartha?” répondit Zacharie en souriant largement, et en englobant la vaste salle d’un geste du bras. “Mais nous y sommes!”

Darcène regarda son ami en se demandant s’il n’avait pas succombé à la folie.

“Le véritable Agartha,” expliqua l’Homme en Noir, “ne se trouve pas sous terre. L’Agartha, “l’inaccessible” en sanscrit, est ce que tu vois autour de toi: la sagesse et la magie des anciens, résumée dans les signes qu’ils ont gravés dans ce temple. Ce ne sont pas seulement des symboles: ils possèdent en eux-mêmes une incroyable puissance. Accéder à cette puissance est une toute autre histoire.”

“Et tu en as trouvé le moyen?”

“Oui: par la musique! Comme le rocher d’Ali-Baba qui répondait au “Sésame, ouvre-toi”, les murs de cette pièce peuvent répondre à certains sons. Le tout est de trouver les sons qui conviennent. C’est ici que nous allons voir si nous avons pu correctement reconstituer les invocations de Nostradamus!”

Sur un signe de Zacharie, Sarasvati, Amira et Tarifa vinrent se placer au centre de la salle. La jeune Indienne tenait le manuscrit transmis de génération en génération par les descendants de Nostradamus, et dont les parties manquantes avaient été reconstituées grâce aux renseignements glanés en Egypte et à Tolède. Les trois femmes entamèrent une psalmodie aux intonations gutturales.

Et la lumière de la salle commença à changer!

Alors qu’elle n’était éclairée, jusqu’ici, que par quelques rayons de soleil tombant par les rares ouvertures, ses murs se mirent à briller d’un éclat vert émeraude. Don Rodrigo sentit que le talisman égyptien qu’il portait toujours sur lui commençait à lui brûler la peau. Il le retira de sous ses vêtements pour constater qu’il émettait une lueur rouge de plus en plus aveuglante.

A cet instant, un coup de feu retentit à l’entrée de l’édifice, et Moucheron, qui était prudemment resté dehors en sentinelle, accourut dans la grande salle.

“Capitaine! Les Anglais!”

Zacharie et ses compagnons se précipitèrent vers la porte. Un groupe de cavaliers en habit rouge, fortement armés, galopait vers le temple. A leur tête chevauchaient deux hommes que l’Homme en Noir reconnut immédiatement. Hassaf et le père Ventura avaient vainement tenté de rattraper leurs adversaires avant que ceux-ci n’atteignent le temple. Faute d’y être parvenus, ils avaient dû se résoudre à appliquer ce que le père Ventura avait appelé le plan B, en ajoutant, avec une grimace à l’adresse d’Hassaf, “B comme Britannique”. Ils avaient eu recours à l’aide des autorités anglaises, en leur signalant que l’héritière de Chandigarh se trouvait dans un temple en pleine jungle où elle manigançait Dieu savait quoi en compagnie d’un groupe d’étrangers. Le gouverneur anglais s’était dépêché d’envoyer un escadron de cavalerie à la poursuite des fauteurs de troubles.

De nouveaux coups de feu obligèrent Zacharie et les siens à regagner l’abri du temple. Eux-mêmes avaient pris la précaution de se munir de leurs armes, et leur riposte maintint les Habits Rouges à distance respectueuse. Sarasvati, inquiète, se tourna vers son père adoptif:

“Les coups de feu, Kismet! Eux aussi ont un effet sur les murs!”

En effet, le vacarme de la fusillade, succédant au chant des trois femmes, agissait lui aussi sur le temple, mais de façon bien différente. Tandis que la lumière verte diminuait, murs et colonnes commençaient à trembler comme secoués par un tremblement de terre.

 

© Texte de Riccardo N. Barbagallo, Vincent Mollet et Gennady Ulman 

Les auteurs assurent, quant aux protagonistes principaux du roman, que toute référence à des personnes et à des faits réels serait pure coïncidence, même si certains noms ont été choisis pour donner une couleur locale marseillaise.

 

 

 

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© Texte de Riccardo N. Barbagallo, Vincent Mollet et Gennady Ulman 

 

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Lord Reginald Montford

 

Chapter LI

 

In which Jeannette sees another dream which also looks like reality

Jeannette slowly came to her senses. She looked around and saw a crowd of people looking at her with fear. She heard the splash of the waves and immediately understood that she was on the territory of the Old Port. She also understood that her vision of Moucheron was only a vision. She wanted to see her beloved too much. Perhaps, for a while she lost her conscience or went into a dreamy-like state. People were still around her, and she understood the reason of their fear. She was lying on the ground, her back to the sea. Everybody thought she had an attack of the fearful and fatal disease –the whip of Marseilles. She smiled with difficulty and said, “Sorry to frighten you, but I guess, I was just hungry. This is the reason I fainted.”

The seamen, the passersby, the ladies in luxurious dresses started to smile, but still were scared. “We asked somebody to bring a doctor, but we think the doctor will not turn up till midnight. The poor things have too much job to do. Are you sure you feel all right ?”

The speaker was an old lady dressed poorly, but decently.

“Here is something for you”, and she gave Jeannette a small piece of bread. The girl did not object. Taking bread, she understood she was dying from hunger. She slowly raised herself and tasted the bread. “Come on”, said the lady, “I will accompany you home. Do you live far from here ?”

“No, not far. 15 minutes walk. Don’t worry, Madam. I am completely recovered, and I can do it myself.”

Jeannette looked at her maid’s dress and thought she would have to wash it when she got home. Her body ached, she felt slightly cold, and she wanted warmth and comfort of the house.

She tried her best to come unnoticed and she succeeded. When she came to her small, but cozy room, she placed herself on the bed, closed her eyes without undressing, and felt bitter tears streaking down her cheeks. She did not know where her beloved was, she did not know anything about her brother, and apart from the fact, she felt quite comfortable with her young mistress, she longed to see everybody whom she loved and missed so much.

And sleep, heavy but favorable, closed her tired eyes. She saw strange pictures. Several times, she, struggling with herself, was trying to keep awake, but vainly. She was afraid she might fool herself again taking unreal for real. However, her dreams were stronger.

Much stronger. She saw herself in an odd place looking like a church. But that was definitely a very unusual church. She could even explain why she thought it was a church. Perhaps, in such a place,  every wall had its own language, and every wall said about worshipping God or Gods. Everything felt sacred. Jeannette, little by little, being

startled, began to recognize the familiar figures. Kismet ? She would have recognized his tall figure out of hundreds of people. After all, was it not he, who prolonged the life of her miserable mother ? And who is this man, mighty and powerful ? Could it be …

But Jeannette did not trust her eyes.

She looked and looked, and suddenly she saw that the church or whatever it was, was in fire. People—there were several people there including those she knew, were closing their eyes from the blazing flames. Could it be a real fire ? The fire was GREEN. She had never before seen a green fire.

The girl rushed forward moved by only one wish :to help, to save, to put her shoulder.

The dream was too bright to be just a dream. Apparently, she was screaming.

Suddenly, Kismet, who seemed to be quietest among them, and who seemed to be thinking over something important, stretched out a hand and his eyes widened.

“Is it some magic ? Jeannette, my child, what are doing here ? How did you get here ?”

On hearing her name, Moucheron turned and tried to hug the girl, but his mighty hands

freely went through the image. He stopped completely amazed.

Kismet said, “Jeannette, do you hear me ? If you do, listen please… If you are not yet there, you have to go to Hotel de Cabre. Do you understand ? And take everybody there.

All your relatives.”

Meanwhile, the walls were trembling more and more. Jeannette heard somebody’s Satanic laughter in which there was nothing human. Tensing her eyes, she saw two more figures, who were beside the church without entering it.

“I don’t know them”, she thought.

Some huge stony figure started to appear inside the church. Its size was shocking.

And suddenly she stopped seeing anything. She opened her yeas, sat straight on her bed and trembling repeated “Hotel de Cabre. Was it another dream or I really have to go there ?”

Kismet of her dream did not know that she had nobody to take with her to this place. Absolutely nobody.

 

Chapitre LI

Dans lequel Jeannette a un autre rêve qui lui aussi ressemble à la réalité

Jeannette reprend ses esprits, comprenant qu’elle a failli s’évanouir dans les rues de Marseille. Elle retoune à la maison où elle vit et travaille, et, se sentant complètement épuisée, s’endort. Cette fois, elle a un autre rêve, aussi réel que possible. Elle voit Kismet et Moucheron avec d’autre gens dans une lumière verte, dans un endroit étrange. Deux groupes de gens semblent se combattre. Elle peut même parler à Kismet et lui dire qu’elle peut voir. Kismet, qui ne semble jamais surpris, demande à Jeannette, si elle le voit vraiment, d’aller à l’hôtel de Cabre et d’y emmener tout le monde. Jeannette se réveille et pendant longtemps répète “hôtel de Cabre”, sans savoir si c’était un rêve ou non. Le Kismet de son étrange rêve ne sait pas qu’elle n’a absolument personne à emmener avec elle à l’hôtel de Cabre.

 

Capitolo LII

 

Nel quale si narrano alcune vicende marsigliesi

Mentre in India un agguerrito scontro aveva luogo fra la compagnia di Zacharie e le giubbe rosse inglesi al seguito delle quali si trovava Ventura e il suo complice Hassaf, a Marsiglia l’epidemia di colera continuava a mietere altre vittime. Soltanto palazzo de Cabre sembrava finalmente un’oasi di tranquillità dopo essere stato negli ultimi mesi scenario d’importanti avvenimenti e parecchie rivelazioni.

Riprendiamo allora in nostro racconto dal momento in cui il principe Dorgi aveva rintracciato Poussin e Siffrein di ritorno in Francia.

Come previsto da Horace de Sainte-Croix, meglio conosciuto come Saltis, Olympe si era risvegliata improvvisamente dal suo stato catatonico alla vista del figlio Vincent “Poussin” incredibilmente somigliante al padre Vladimir che tanto male aveva arrecato in famiglia. Vi furono momenti di profonda agitazione durante i quali la vita della donna sembrò legata ad un filo, poi la situazione prese la piega che tutti s’aspettavano. Le amorevoli cure di Horace finirono per colmare il cuore di Olympe e la figlia Clémentine, arrogante e capricciosa, cambiò radicalmente carattere ritrovando il fratello e la madre della quale ricordava soltanto le candide mani suonare il pianoforte.

Olympe appena si riprese raccontò le sue vicissitudini. Fuori di sé alla morte violenta di Vladimir, vagò nella notte senza meta finché fu sequestrata da una banda di contrabbandieri che circolavano allora al Vecchio Porto. La trascinarono con loro per venderla ad un vecchio e ricco marocchino che voleva farne l’ultima concubina del suo harem. Ma l’uomo preferì la musica alle carezze e Olympe, pur rimanendo sempre cosciente, smise definitamene di parlare rimanendo assorta, delle volte per intere giornate, all’ombra degli olivi attorno alla casa stretta fra i souk, i vicoli di Marrakech. Poi il fratello riuscì a liberarla, benché Olympe non seppe mai come fosse riuscito a rintracciarla in Marocco.

Avvenne che il 15 marzo 1833, Zacharie su consiglio del Siciliano, giunse opportunamente mascherato alla serata di Carnevale organizzata dallo scrittore Alexandre Dumas. A quella festa partecipava il pittore Eugène Delacroix che aveva eseguito le decorazioni per la festa. De Cabre, ebbe la fortuna d’ammirare i celeberrimi album di schizzi del pittore che l’anno prima, al seguito del conte Charles-Edgar de Mornay - ex ciambellano di Carlo X e amante di Mademoiselle Mars, interprete nei drammi di Victor Hugo - si era recato, per conto del sovrano Luigi Filippo, in missione diplomatica presso il sultano del Marocco, Moulay Abd-errhman, «Comandante dei credenti». Fra i parecchi schizzi che ebbe fra le mani Zacharie, uno attirò la sua attenzione. Ritraeva il volto della sorella che credeva morta suicida. Ottenute dal pittore le informazioni necessarie, de Cabre dopo quasi un anno aveva ritrovato Olympe. Ma una donna misteriosa aveva seguito Zacharie nei suoi spostamenti dal Marocco fino a Marsiglia. Di chi si trattava?

Fra Dorgi e Victor Jourdan ebbe luogo un chiarimento relativo all’amore ricambiato del principe per Anne de Brot, tuttavia rimaneva ancora irrisolta la questione di Sarasvati, promessa sposa a Dorgi sin dall’infanzia. Il principe diventò una sorta di eroe per Poussin e Siffrein che ne apprezzavano le doti investigative, così quando apprese che l’amata Anne era tornata con la famiglia in campagna alle Aygalades e si recò da lei, i due ragazzi vollero seguirlo non immaginando che potesse avvenire un nuovo ricongiungimento.

Siffrein ritrovò infatti la sorella Jeannette e assieme decisero di vivere sotto lo stesso tetto. La famiglia de Brot accolse di buon grado il ragazzo dato che Jeannette nelle ultime settimane era stata tormentata da strani incubi; Siffrein inoltre divenne presto il beniamino della più piccola delle tre sorelle, Aurore una bambina di nove anni. D’altro canto anche Poussin iniziò a recarsi spesso alle Aygalades dato che s’infiammò di passione per Diane, la secondogenita. Quanto a Guillaume de Brot, il capofamiglia, studioso della storia dell’antica Massilia, preferiva occuparsi degli antichi documenti in greco, lingua ufficiale nella città fino al V secolo, piuttosto che affrontare i problemi di cuore delle figlie.

Ma sicuramente i nostri cortesi lettori si chiederanno cosa fosse accaduto a Nina, la figlia di Patron Girardi che aspirava a diventare la fidanzata di Poussin.

Morto il padre di colera e rimessasi dal terribile male che aveva colpito pure lei, la ragazza ricevette immediatamente le attenzioni del figlio di un ricco commerciante il quale le chiese di sposarlo. Nina, non se lo fece ripetere due volte e quando Poussin si recò da lei al rientro in Francia, gli disse senza tanti preamboli che il suo matrimonio si sarebbe celebrato il mese prossimo. All’inizio Poussin la prese male, ma presto se ne fece una ragione e dimenticò della ragazza.

Chi, invece, non dimenticava l’amore della sua vita era Jeannette che fantasticava sul ritorno di Moucheron. Inoltre, benché avesse accanto Siffrein, non poteva dimenticare le ultime parole della madre la quale le aveva chiaramente fatto intendere che il figlio fosse il frutto della violenza perpetrata da un de Cabre nei suoi confronti. Poteva Kismet essere stato un vile seduttore?

Quanto alla principessa Verotowska, dopo la gioia legata al ritrovamento dei nipoti e della nuora, per difendere la quale aveva ucciso accidentalmente il figlio Vladimir, iniziò a meditare di costituirsi alla giustizia. Del marito, giunto frattanto in Nuova Scozia, si erano perse le tracce e Milton rimaneva chiuso nei suoi appartamenti rifiutandosi perfino di scendere a pranzare con la madre. La principessa aveva preso la sua difficile decisione quando, improvvisamente, morì di colera Annouska, la seconda delle sue figlie maritate. Il dolore le fece perdere definitivamente il senso della realtà, così quando fece il racconto del suo omicidio nessuno volle crederle. Fu allora che Olympe decise di prenderla con sé a palazzo de Cabre, amandola teneramente come quella madre che troppo precocemente aveva perduto. Dopotutto, la povera donna aveva sofferto enormemente e tutti attribuivano la morte di Vladimir ad un incidente.

Una mattina di luglio un garzone consegnò nelle mani di Saltis una lettera in codice. L’autore era il patriota Giuseppe Garibaldi, dal 17 maggio 1835 esule a Marsiglia dopo essere stato condannato a morte per cospirazione tendente a far insorgere le truppe regie. Scriveva chiedendo a Horace di seguirlo, il mese successivo, nel suo viaggio verso l’America del Sud a bordo del brigantino del capitano Beaugard.

L’uomo era combattuto su cosa fosse più giusto fare. Seguire Garibaldi, oppure rimanere ancora in incognito a Marsiglia accanto a Olympe?

 

Chapitre LII

Dans lequel on raconte ce qui se passe à Marseille

Tandis qu’en Inde le groupe de Zacharie affronte les Habits Rouges anglais, à la suite desquels se trouvent Ventura et Hassaf, à Marseille l’épidémie de choléra continue à faire des victimes. Entretemps, Olympe a retrouvé la raison à la vue de son fils Vincent « Poussin » et lui a raconté ses vicissitudes, de son enlèvement jusqu’au moment où son frère Zacharie l’a retrouvée, grâce aux croquis du peintre Delacroix, en état catatonique dans un harem au Maroc. Tandis que le prince Dorgi et Victor s’arrangent quant à Anne, Siffrein retrouve sa sœur Jeannette, devenue femme de chambre des de Brot, et va vivre avec elle aux Aygalades où il fait la connaissance de la petite Aurore. Quant à Poussin, il s’éprend de Diane, la seconde de la famille, après avoir appris que Nina allait épouser le fils d’un riche commerçant. La princesse Veratowska, après avoir retrouvé ses petits-enfants et sa belle-fille, décide de se livrer à la justice pour le meurtre de Vladimir, mais la mort d’une autre de ses filles, frappée par le choléra, la rend définitivement folle. Saltis reçoit une lettre de Giuseppe Garibaldi qui lui demande de le suivre dans son voyage en Amérique du Sud. Il hésite : suivre son ami, ou rester avec Olympe?

 

Chapitre LIII

 

Dans lequel on s’inquiète pour Zacharie de Cabre

Le ci-devant Horace de Sainte-Croix s’ouvrit de ses doutes à Olympe, qui le tranquillisa aussitôt en ces termes:

“Si vous pensez qu’en Amérique, vous ne serez pas trop embarrassé d’une femme de trente-sept ans qui a été l’épouse d’un fou et la concubine d’un cheik marocain, je ne demande qu’à vous y accompagner.”

C’est ainsi que fut résolu le mariage de Saltis et d’Olympe, presque en même temps que celui de Clémentine et de Victor Jourdan. Le père de Victor, qui se trouvait toujours à Paris, où sa santé se rétablissait lentement, apprit par une lettre de Marseille que si les fiançailles de son fils avec Anne de Brot étaient rompues, en revanche il allait épouser une jeune fille alliée aux plus nobles familles d’Angleterre et de Pologne. La lettre était signée du vieux Guillaume de Brot, lequel ajoutait que cette rupture ne le gênait nullement, puisque sa fille Anne était désormais, de son côté, éprise du savant médecin qui l’avait sauvée du choléra. La vanité et le souci des convenances de l’armateur Jourdan se trouvèrent ainsi également satisfaits.

Les mariages furent toutefois quelque peu retardés. Victor attendait le retour de ses parents, tout en jugeant préférable qu’ils restent à Paris tant que l’épidémie de choléra ne serait pas terminée. Or, l’été 1835 la vit plus violente que jamais, emportant plusieurs dizaines de Marseillais chaque jour. De son côté, Olympe espérait voir revenir son frère, ou tout au moins avoir de ses nouvelles,  avant de se marier et de partir pour l’Amérique. Mais les rares navires qui se risquaient encore dans le Vieux Port n’amenaient ni courrier ni passagers en provenance des Indes.

Pendant que leurs amis marseillais désespéraient de les revoir, Zacharie et ses compagnons se trouvaient, comme le lecteur s’en souvient, retranchés dans le temple de l’Agartha, à soutenir l’assaut des Habits Rouges. Moucheron s’était posté sur une terrasse du temple pour canarder les Anglais plus à son aise, lorsque le tremblement de terre commença. Il jeta un coup d’oeil inquiet vers la grande salle où se tenaient ses compagnons, et s’aperçut avec horreur que des pierres commençaient à tomber de la voûte. Au moment où il allait se précipiter pour aider ses amis, la toiture s’écroula tout d’une masse, et Moucheron lui-même, frappé à la tête par un fragment détaché d’une corniche, perdit connaissance.

Une des statues de femme-lionne, tombant en biais juste au-dessus de son corps, lui évita d’être écrasé sous les gravats lorsque le temple s’effondra complètement. Elle le dissimula aussi à la vue des Anglais lorsque ceux-ci, une fois la poussière retombée, vinrent timidement inspecter les ruines. Devant la nuit qui approchait, les Habits Rouges ne tardèrent pas à quitter les lieux pour aller dresser leur campement à quelque distance. Ils reconnaissaient du reste que pour effectuer une fouille sérieuse des ruines, il leur faudrait une équipe d’ouvriers solidement outillés, et des messagers furent envoyés à la ville la plus proche pour demander de l’aide.

Lorsque Moucheron revint à lui, la nuit était tombée sur la clairière. La pleine lune éclairait les monceaux d’éboulis qui étaient les seuls vestiges du temple. En s’extrayant de sous la statue, le jeune matelot reconnut que seul un miracle lui avait permis de ne pas être enseveli dans la catastrophe. Il se rendit soudain compte que ses amis n’avaient sans doute pas eu la même chance.

Comme un fou, il parcourut les ruines, escaladant et dévalant les tas de gravats, cherchant désespérément une trace de vie. Il dut bientôt se rendre à l’évidence: il était seul dans ce qui restait du temple.

“Tous morts...” cria-t-il désespérément, “ils sont tous morts!”

En contournant un des murs effondrés, il aperçut quelques centaines de mètres plus loin, à l’autre bout de la clairière, les feux du campement anglais.

“Père Ventura!” gronda-t-il à voix haute. “Si vous êtes là-bas, sachez que je saurai bien venger mes amis, avant d’aller les rejoindre!”

Il prenait déjà sa course vers le campement lorsqu’une silhouette féminine, revêtue d’un sari indien, se dressa devant lui et l’arrêta par le poignet. La lumière de la lune lui révéla un visage inconnu.

“Qui êtes-vous?” demanda-t-il d’une voix étranglée par la stupéfaction. Sans s’en rendre compte, il avait parlé en français, et la femme lui répondit dans la même langue.

“Je suis celle qui t’apporte le moyen de venger tes compagnons, et peut-être même, s’il en est encore temps, de les sauver!”

 

Chapter LIV

 

In which Moucheron gets inside the well, and the old Sicilian makes several decisions

Moucheron was dazed, desperate and completely devastated by the bitter thought that he lost his friends.

The words of the woman dressed in a gray sari came to him with difficulties, but when he understood her words, a new hope was born in him. But Moucheron was not a naïve boy. He became suspicious. God knows what he thought at that moment : their enemies were scoundrels ready for any dirty trick.

He coughed and said, “Who are you ? How can you know such things ? Are you clairvoyant ?”

The woman’s lips moved in something which in other circumstances could be taken as a shadow of a smile.

“I am Pema. Just Pema. And I don’t lie. There is a hope your friends might still be alive.”

“Bring me to them”, impatiently said Moucheron. “They might be wounded, they might need help”.

“Patience please. I have to check something first”.

Pema started to step on the remnants of the floor, it seemed to be marble before the collapse of the building. Then her tiny foot touched something known only to her, she bent, and tried to lift this something, but no !!! She did not have enough power to do this.

Moucheron almost pushed her burning with the impatience. He also bent and saw nothing. Nothing except the rotten stem of some tree. He looked at the woman, feeling confused.

She nodded. Moucheron shrugged, tensed his athletic shoulders, and pulled at something which seemed to be the roots. From the efforts his skin on the hand muscles got purple, and that was seem even in the darkness of the night; then another effort and they both saw rusty chains which held… Was it the door ? He pulled harder and harder looking like ancient statue. Finally, the entrance was open. Moucheron looked inside the dark pitch breathing heavily.

“All right. What now ?”

“I just supposed that the plates started moving, and it is not excluded that your friends could get inside the basement from which the Brahmans liked to appear frightening the people. It has a lot of traps if you try to get from the temple. But here ? I don’t think we will have any problems  getting inside.

“How ?”, roared Moucheron. “Do you see any steps ? Or you want to jump inside ?

And, by the way, what is your interest ? Why the hell you are helping me ?”

“I am thinking about Sarasvati. This is my interest. Are you pleased ?”

Moucheron looked again at the woman beside him. Now he could see her more closely.

She was not young, perhaps, more than 60. But then who knows how old is the woman from the Orient ?

She, as if reading his thoughts, said, “I am not Indian. I am Tibetan. There are steps made on the sides of the pitch. You may feel them with your hands.”

Moucheron bent again, stretched his long hands, and, yes, he felt the deepening on the side of the open well.

He yelled, ”Master, Master !!!” It seemed he heard some muffled voices. He made up his mind.

“I go the first. Then you. If you want”

“I want”, calmly said Pema. “ It’s probable you will not make it without me. And something else. I will be the first. I was already there. Once. When the tougs used this deserted temple as a place for their meetings. I was their victim.”

Leaving Moucheron completely perplexed, thinking at the word ”tougs”, she skillfully felt the first step, placed her foot, and grasping something invisible with her hands, vanished. Moucheron followed her.

At this time in Catania, the old Sicilian looked at his note-book, made some entry, and glanced at a maid who was standing nearby.

“Strong coffee”, he said. “A slice of lemon, and a lump of sugar inside”.

The girl silently stepped out.

“All right”, said the old man .”I gave equal chances to everybody. But don’t I know what justice is ? Don’t I know Padre Ventura ? It was just interesting to experiment with the human’s material. It’s time to get them all together. Like in the old Greek tragedy.

Deus ex machina”. He chuckled. “It’s time to show this popinjay Montford that there are powers against which he is a complete zero. I don’t know whether any of them should know the secrets of Agarrtha, and if they should know what Grail is. I, myself, spent for it a couple of years. I guess just the secret of my friend Notredame will be enough for those researchers. Oh, yes, revenge ! No, I am really becoming old. Forgot about the revenge.”

The old man looked at delicate cup of coffee, sipped it, and made another entry in his note-book.

 

Chapitre LIV

Dans lequel Moucheron descend dans le puits, et le vieux Sicilien prend plusieurs décisions

Moucheron, désorienté et désespéré, tente de retrouver ses amis. Il n’y arriverait jamais sans l’apparition d’une étrange femme, dont le nom semble être Pema. Elle apparaît soudain et aide Moucheron à descendre dans le puits caché. Elle lui assure qu’il y a de grandes chances pour que ses amis soient dedans. Elle descend elle aussi avec lui. A Catane, le vieux Sicilien pense avoir donné des chances égales aux deux partis. Il pense aussi qu’il doute qu’aucun d’eux soit capable d’ouvrir la porte de l’Agartha. Lui-même n’a pu le faire. Peut-être le secret de son ami Notredame sera-t-il assez pour eux.

 

Capitolo LV

 

Nel quale assistiamo a fenomeni straordinari

Regnava il silenzio nella cella del Siciliano, seduto da alcune ore a redigere una sorta di diario. Sul viso profondamente segnato dagli anni vedevasi impressa la forza solenne di un animo tormentato. D’improvviso accadde qualcosa d’inspiegabile, le sue pupille si dilatarono, il respiro si fece affannoso e balzò in piedi con un vigore che aveva del soprannaturale sentendo correre per tutta la persona una specie di fremito nervoso.

“Ecco che la sento giungere fino a me … ecco l’energia scaturita dalla cripta del tempio sacro di Shambhalla, la Città di Smeraldo che è la capitale di Agarttha. Ciò dimostra che il talismano è stato attivato dal salmodiare dei raga e ragini e Zacharie ha raggiunto la meta. Ma un’ultima difficile decisione dovrà egli ancora prendere …”. E pronunciate tali parole iniziò a percorrere la cella con manifesta agitazione.

Abbandoniamo quindi il Siciliano nel Monastero dei Benedettini di Catania per vedere in qual modo la compagnia di Zacharie de Cabre raggiunse la cripta senza riportare alcuna ferita dal crollo del tempio indiano.

Si trovavano al suo interno da parecchi minuti quando Darcène fu attirato, tra le pietre del tempio coperte da fitta vegetazione, dal simbolo rappresentante l’infinito. Fece avvicinare allora la compagnia presso l’altare alla cui sommità si trovava inciso il simbolo e da quella postazione tutti assieme iniziarono a salmodiare.

Improvvisamente gli spari degli Inglesi ruppero quella magica atmosfera, mentre Moucheron tentava di scalare il tempio. Il talismano divenne incandescente al collo di Don Rodrigo e, ai piedi del gruppo, si spalancò un’apertura che pareva creata apposta per metterli al sicuro.

Appoggiando il suo braccio a quello di Zacharie per meglio scendere una ripidissima scala, Tarifa gli rivolse la parola, “Sono io la tua settima ed ultima guida, dopo Don Rodrigo. Isaac Reitesheim aveva segnalato Lucien de Cabre come una delle persone coinvolte nella tua formazione, ma si sbagliava!”

“Come sai queste cose, zingara?”, chiese meravigliato Zacharie.

“Le ho sempre sapute. Come ti dissi tempo addietro, secondo la tradizione che ci tramandiamo di generazione in generazione, il popolo Gitano è nato nelle profondità sotterranee di Agarttha e di quel mondo conserviamo certe facoltà magiche, come la capacità di predire il futuro e leggere la mano”.

Amira e Sarasvati si tenevano strette dal terrore, ma con l’aiuto di Darcène e Don Rodrigo riuscirono a scendere le scale e attraversarono con gli altri un corridoio lungo e tortuoso. In quell’istante il tempio cominciò a vacillare, poi crollò rapidamente con un terribile schianto.

Si ritrovarono tutti in una vasta sala circolare provvista di 7 porte, una sola delle quali era possibile aprire da quella direzione, dato che le altre sembravano condurre lì da altri luoghi.

“Shambhalla esiste davvero!”, esclamò incredula Sarasvati.

“Vieni Zacharie”, disse a questo punto Tarifa. “Indossa il talismano e apri quella porta che soltanto uno spirito onesto e coraggioso come il tuo può varcare”.

Sebbene a malincuore, Don Rodrigo si separò dal magico oggetto porgendolo a Zacharie con una benedizione in lingua spagnola.

“Ma voi cosa farete, frattanto?”, chiese Zacharie la cui voce commossa tradiva una certa ansia per il destino dei suoi compagni.

“Non passerà molto tempo che il buon Moucheron e i ribelli di Chandigarh ci porteranno fuori da questa cripta dopo aver messo in fuga gli Inglesi e catturato Ventura”, rispose Tarifa con determinazione.

“E cosa sarà di Hassaf?”, fece ansiosa Amira al pensiero dell’uomo che, pur non amando, aveva dovuto sposare per sancire un’alleanza fra i clan gitani.

“Morirà come merita”, sentenziò Tarifa con energia. “E tu nipote amatissima, non ancora contaminata dai suoi voluttuosi abbracci, sarai libera di unirti in matrimonio con l’uomo del tuo destino”. Don Rodrigo sorrise alla figlia e benedisse anche lei.

Zacharie, intanto, aveva indossato il talismano e appena ebbe pronunciata la strana formula riportata sul portale, si aprì un ampio varco che si richiuse alle sue spalle non appena egli ebbe varcata la soglia. Il nostro eroe raggiunse una sorta di tomba dove si trovò al cospetto di una triade di uomini incappucciati dei quali s’intuivano soltanto gli occhi scintillanti. Stavano seduti attorno ad un sarcofago di pietra nera e, ad un profondo inchino di de Cabre, l’uomo che stava al centro prese la parola.

Si trattava del Brahmatma, colui che ha il potere di parlare con i Manu del passato. Le pareti della tomba erano rigate da strisce di fuoco e dal coperchio del sarcofago si levavano lingue di fiamme. Gli altri incappucciati erano il Mahatma che conosce il futuro e il Mahanga che procura le cause affinché gli avvenimenti si verifichino.

 “Sei giunto alla fine del tuo viaggio Zacharie de Cabre”, disse il Brahmatma dopo un attimo di silenzio.

“A questo punto si svelerà per te ogni mistero relativo alla tua ricerca di Verità. Hai dinanzi le Stanze di Dzyan, il testo che racconta le origini dell'Universo. Puoi leggere le sue pagine ma è impossibile portarlo in superficie perché significherebbe la fine del mondo. Vuoi tu conoscere questi segreti? Le origini del Bene e del Male? Puoi scegliere se avere rivelati questi misteri oppure dell’altro … qualsiasi cosa tu desideri conoscere ardentemente!”

Zacharie non ebbe neppure un attimo d’esitazione, “Il mio unico obiettivo è conoscere esattamente i responsabili della morte di mio padre e della rovina dei miei compagni Horace e Roland”.

Una nebbia verdastra avvolse la sala, poi a Zacharie apparve l’ombra del padre che l’invitava a leggere alcune delle pagine del libro che cominciavano a scorrere. Mentre si apprestava alla lettura si presentarono a Zacharie, come in una strana rappresentazione teatrale,  fatti di cui aveva ipotizzato il verificarsi assieme ad altri a lui ignoti.

Vide Ventura a convegno con Vladimir dargli il denaro e le informazioni necessarie per accusare Zacharie, Horace e Roland di tradimento, poi suo zio Lucien aggredire nella sagrestia di una chiesa Marguerite Lambert. Seguiva una scena tragica, con Ventura che assassinava Olivier di fronte a Lucien che lo aveva fatto entrare in casa e poi sottrarre dalla cassaforte aperta le copie di alcuni dei documenti che il vecchio de Cabre aveva promesso a Lord Montford in cambio del suo aiuto per scagionare Zacharie. Poi vide ancora Lucien che preso dal rimorso inseguiva Ventura, ma fuori dal palazzo si ritrovava di fronte a Reginald Montford che aveva già acciuffato il diabolico uomo. Lucien decideva di venire in aiuto di Ventura!

Dopo aver assistito al rapimento dei nipoti e alla fine di Vladimir per mano della madre, Zacharie ebbe una strana visione relativa al suo mentore, il Siciliano, che percorreva impaziente la sua cella. Sembrava che volesse fargli leggere il suo diario, ma un lampo di luce verde smeraldo guizzò dal sarcofago e lingue di fiamme dello stesso colore si levarono all’improvviso investendo in pieno volto l’immagine di Lord Montford che si era sostituita a quella del Siciliano.

Proprio in quel momento dall’altra parte del globo, a Oak Island in Nuova Scozia, lo stesso lampo di fuoco scaturì dal pozzo all’interno del quale Lord Montford stava osservando, assieme ad un gruppo d’aiutanti, nella vana ricerca del Graal. Il bagliore fu così intenso che rese l’Inglese immediatamente cieco, non prima però che potesse vedere Zacharie nella cripta del tempio indiano. Gli occhi del duca presero a sanguinare e perse conoscenza.

Appena si riprese afferrò dalla sua giacca la confessione di Lucien de Cabre e, sollevandosi grazie ad uno degli aiutanti che gli stavano vicino, esclamò con un fervore quasi mistico, “Oh! Mio Dio che hai voluto punirmi per i tanti peccati accecandomi, aiutami a tornare a Marsiglia. Quando seppi della morte di Olivier de Cabre, pur immaginando il coinvolgimento del fratello Lucien e di Brunetto, non volli intervenire per evitare che uno scandalo potesse coinvolgermi. Ma adesso che ho la certezza che Zacharie è vivo devo fargli avere questo documento che prova la sua innocenza dall’accusa di parricidio e lo scagiona con i compagni anche da quella di tradimento nei confronti del governo francese”.

Una stridula risata echeggiò nella cella occupata a Catania dal Siciliano, mentre nella cripta del tempio indiano irrompevano da una botola sul lungo corridoio Pema e Moucheron, seguiti a breve distanza dai ribelli di Chandigarh che trascinavano con loro Ventura. Si ritrovarono tutti assieme, tutti tranne Zacharie …

 

Chapitre LV

Dans lequel nous assistons à des phénomènes extraordinaires

Dans sa cellule du monastère des Bénédictins de Catane, le Sicilien « sent » que le groupe est arrivé à la fin de son voyage. Après avoir échappé avec ses amis à la ruine du temple, Zacharie s’est retrouvé dans une salle circulaire à partir de laquelle, grâce à une formule et au talisman égyptien, il a pénétré dans un lieu hors du temps et de l’espace où, comme dans une représentation théâtrale, il a revécu son long calvaire. Il a vu Ventura donner à Vladimir l’argent et les informations nécessaires pour l’accuser de trahison en même temps qu’Horace et Roland, son oncle Lucien agresser Marguerite Lambert dans l’église, Ventura assassiner Olivier puis soustraire du coffre-fort ouvert les documents que de Cabre avait promis à Montford en échange de son aide pour innocenter son fils. Après la vision de l’enlèvement de ses neveux et du meurtre de Vladimir par sa mère, Zacharie voit apparaître le Sicilien dans sa cellule à Catane et, en même temps, dans un puits de l’île aux Chênes, en Nouvelle-Ecosse, Lord Montford voit la même chose. Mais du puits jaillit une flamme couleur émeraude qui brûle les yeux de l’Anglais, le rendant irrémédiablement aveugle. En reprenant connaissance, Montford décide de repartir aussitôt pour Marseille dans le seul but de faire innocenter Zacharie grâce à la confession de Lucien qu’il possède. Dans la cellule du monastère résonne le rire strident du Sicilien, tandis que dans la crypte du temple indien surgissent Pema et Moucheron, suivis des rebelles de Chandigarh qui viennent de capturer Ventura.

 

Chapitre LVI

 

Dans lequel des illusions se dissipent

Pendant que Sarasvati se jetait dans les bras de Moucheron, Darcène saluait joyeusement le chef des rebelles, qu’il avait bien connu à l’époque où lui-même vivait en Inde.

“Pamal-Naïk, vieux brigand des jungles! Sans toi et sans tes hommes, nous aurions pu rester au fond de cette crypte jusqu’à mourir de faim ou d’asphyxie. Et les Anglais?”

“Morts ou en fuite,” répondit Pamal-Naïk en posant fièrement la main sur son cimeterre. “Il n’est resté que celui-là,” ajouta-t-il devant le père Ventura qui se tenait debout, ligoté, au milieu des Indiens. “La vieille Pema tenait absolument à ce que nous le prenions vivant. Par contre, son serviteur s’est enfui, et doit courir encore à travers la jungle.”

“Pema?” demanda Darcène en regardant la vieille femme qui se tenait modestement à l’écart. “Qui est-ce?”

“Je ne sais pas: elle est arrivée aujourd’hui dans notre campement, en disant qu’elle pouvait nous aider à sauver la princesse Sarasvati d’un grand danger. Et en effet, c’est à elle que vous devez la vie, et non à nous: sans elle, nous aurions pu vaincre les Anglais, mais nous n’aurions jamais trouvé le souterrain qui mène jusqu’ici!”

Avant que Darcène n’ait pu interroger la vieille Indienne, un cri de joie de Sarasvati le fit se retourner. La septième porte s’était rouverte comme par magie, et l’Homme en Noir venait de réapparaître dans la crypte. Comprenant le changement de la situation, il s’inclina devant ses alliés indiens et posa un regard glacé sur le Jésuite, qui se sentit frissonner:

“Père Ventura,” dit-il, “voulez-vous toujours découvrir le secret de l’Agartha? Si oui, c’est le moment ou jamais!”

Sur un signe de sa part, les Indiens délièrent le prêtre stupéfait et le poussèrent à travers l’ouverture, non sans que l’Homme en Noir ne lui ait lancé le talisman égyptien. Tandis que la porte se refermait derrière lui, Zacharie s’adressa à Darcène:

“Nos soupçons étaient fondés: le meurtrier de mon père ne peut être que Ventura, avec la complicité de mon oncle Lucien. Mais ce maudit prêtre n’aurait jamais rien avoué, et le seul moyen de faire éclater la vérité est de faire parler mon oncle. Pour le retrouver, nous ne pouvons que commencer nos recherches là où nous avons perdu sa trace: à Marseille. C’est là qu’il nous faut retourner!” conclut-il en donnant le signal de la remontée vers la surface.

Tout en marchant à la tête du groupe qui retraversait le souterrain, Zacharie raconta à Darcène ce qui s’était passé au-delà de la porte mystérieuse.

“Ensuite,” dit-il, après avoir achevé le récit que nos lecteurs connaissent déjà, “je suis tombé dans une espèce de torpeur, pour me réveiller dans une caverne aux parois de roche brute. Le sarcophage, les flammes, les trois hommes avaient disparu. Je ne vis qu’une fissure naturelle dans le roc, d’où s’échappait un gaz dont je remarquai l’odeur entêtante.”

“Comme celui qui, dit-on, s’échappait du sol dans le temple de Delphes, et qui inspirait à la Pythie ses oracles.” fit remarquer Darcène.

“Précisément,” approuva Zacharie. “Ce gaz avait très vraisemblablement des propriétés hallucinatoires. Je suis persuadé que ce que j’ai vu dans la grotte n’a rien été d’autre qu’un rêve. Et, comme tous les rêves dits prémonitoires, il n’a fait que m’aider à achever un raisonnement que j’avais déjà commencé. J’ai à présent la certitude que le meurtrier de mon père est Ventura, même si je ne possède aucune preuve contre lui. Au moins ce rêve m’a-t-il aidé à comprendre l’unique façon d’obtenir cette preuve: retrouver mon oncle Lucien.”

“En attendant,” reprocha Darcène, “tu as rendu la liberté à Ventura, et, pire, tu l’as laissé pénétrer dans l’Agartha. Tu lui as donné ce qu’il avait toujours désiré!”

“Voyons,” répondit Zacharie avec un sourire, “si ce que je pense de l’Agartha est exact, si nous n’y apprenons rien que nous ne sachions déjà, si nous n’y découvrons rien qui ne soit déjà en nous, le père Ventura subit son châtiment en ce moment même.”

Une fois franchie la porte, le Jésuite s’était trouvé dans une caverne aux murs nus, éclairée par une lueur diffuse. Une voix venue de nulle part résonna:

“Que viens-tu chercher ici, Sergio Brunetto?”

Il n’hésita qu’un instant avant de répondre:

“Le moyen de vaincre enfin Zacharie de Cabre.”

“Es-tu bien sûr que ce moyen existe?”

Des images commencèrent à s’animer sur une des parois de la caverne. Comme dans un livre d’histoire, le Jésuite y vit défiler les innombrables méfaits de son ordre depuis trois siècles, depuis l’assassinat du roi Henri IV jusqu’à la persécution de la famille Rennepont, tout cela dans le but jamais réalisé de s’assurer le pouvoir suprême. Il vit ensuite les crimes qu’il avait personnellement accumulés, corrompant Vladimir Montford et Lucien de Cabre, aidant au viol de Marguerite Lambert, égorgeant le vieil Olivier, condamnant son fils et ses amis à l’exil, faisant tuer le vieil Isaac Reitesheim, s’en prenant aux enfants innocents qu’étaient Siffrein et Sarasvati. Puis ces visions se dissipèrent, et sur la paroi de la caverne apparut, comme dessiné avec du feu, un hiéroglyphe de l’écriture senzar dont le père Ventura ne connaissait que trop bien la signification:

 

RIEN.

 

Son hurlement de folie s’entendit jusqu’à l’entrée du souterrain, où au même moment Zacharie et ses compagnons émergeaient à l’air libre.

A l’heure où les mineurs de l’île aux Chênes aidaient Lord Montford, devenu aveugle, à s’embarquer pour le long voyage de retour, Zacharie et les siens découvraient avec satisfaction que leurs bagages avaient été laissés intacts par les Anglais.

“Même l’aérostat est sauvé,” constata l’Homme en Noir. “Il pourra nous être utile pour quitter rapidement la région, si les Anglais reviennent en force, comme c’est probable. En attendant, nous camperons ici pour le restant de la nuit.”

Un bivouac fut rapidement dressé. Bientôt, tous purent goûter un repos bien mérité, à l’exception de quelques sentinelles et de Zacharie qui, retiré sous une tente improvisée, eut la surprise d’y voir entrer la vieille Pema. Darcène et Pamal-Naïk lui avaient expliqué le rôle que la Tibétaine avait joué dans son sauvetage.

“Je ne vous remercierai jamais assez,” dit-il à la vieille femme, “mais me direz-vous enfin qui vous êtes?”

Sans répondre, Pema prit une jarre d’eau posée aux pieds de l’Homme en Noir, mouilla l’une de ses mains et commença à s’en frotter le visage. A mesure que le fard qui la recouvrait disparaissait, on vit apparaître les traits d’une femme plus jeune de plusieurs décennies, et d’origine incontestablement européenne.

“Vous!” s’exclama Zacharie stupéfait. “Vous! La fille du Sicilien!”

 

 

© Texte de Riccardo N. Barbagallo, Vincent Mollet et Gennady Ulman 

 

Les auteurs assurent, quant aux protagonistes principaux du roman, que toute référence à des personnes et à des faits réels serait pure coïncidence, même si certains noms ont été choisis pour donner une couleur locale marseillaise.

 

 

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© Texte de Riccardo N. Barbagallo, Vincent Mollet et Gennady Ulman 

 

Les auteurs assurent, quant aux protagonistes principaux du roman, que toute référence à des personnes et à des faits réels serait pure coïncidence, même si certains noms ont été choisis pour donner une couleur locale marseillaise.

 

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Clémentine e Olympe

 

 

Chapter LVII

 

In which our friends are getting ready to fly

Friends were sitting near the small fire which did not give warmth (it was warm enough). Some exotic animal was being roasted, while they were talking to each other in low voices. The dark tropical night covered them and hid from anybody’s eyes.

Pamal-naik assured them that they were completely safe. Safe at least for a couple of hours until the dawn would come.

Meanwhile the people of Pamal-naik were taking care of the aerostat which had been a war trophy from the English occupants.

Zacharie seemed completely peaceful, his face rested, and only those people who knew him very well, could say that he was far out of peace.

“I feel, Darcene, that I need home. Back to Marseilles. There we will be able to put the last dot in this long unending story. I need to find Lucien, I don’t believe such a bastard as Ventura perished, and would finally leave us alone. I think Hassaf is wandering somewhere here. He is a revengeful type, you know. And I am really worried about the aerostat. I was a sailor, but never flew by aerostats. How are we going to find the direction ? Is the resin good enough to carry all of us ? What if we rise above the clouds and the fire under the balloon will extinguish ? I am not thinking too much about myself, not even about you and Moucheron, but there are women together with us, and two of them are just girls starting to live.”

Darcene was listening without interrupting; then he took his old pipe, stuffed it with some tobacco, taken God knows where, and said “ Everybody needs home. You also need to be there to finish deciphering of you ancestor. Perhaps, you will be able to save people.

What concerns the aerostat, don’t worry. I have seen it, and tried the resin. The English, might be occupants; however, they can build things for ages. Besides, I am not a stranger in this kind of things. I flew several times with the experienced pilots, and I know how to do the things. What concerns the direction, we will use the map and the stars at night, and the sun in the morning. Yes, we have to dress really well as if we are going to travel around Northern Canada. Thank God that our luggage is safe. But this is not enough, of course. I already talked to my old friend—he will give us several tiger skins and warm boots of English production. Our faces will mostly suffer from the cold air, so we actually have to wrap ourselves into the skins tightly enough. Do you feel better now ?”

Zacharie looked at him silently, then at Don Rodrigo who seemed not to listen to the talk, and said, “Well, my friend, I did not know that you also have the talents of a pilot”.

“I am not afraid of losing our way”, suddenly intercepted Don Rodrigo, “I don’t think it’s more difficult than to look for the way in the sea.

Two Indians in strange uniforms appeared near the fire, tried roasted meat, quickly and deftly put the slices of it into wide palm leaves, and with bows handed them to their guests.

“They are Sikhs”, said Sarasvati somewhat sleepily. She said a couple of words to them, and the soldiers became even more polite.

After a while, Pamal-naik appeared he seemed to be a little bit devastated. “Somebody has made dents in the basket in which you are going to sit. It’s nice the malefactor didn’t get to the device of gaining height, and, perhaps, did not find the compass. The whole thing is not to be worried about, my people are already fixing it, but I can’t understand how the bastard got through my guards. This is definitely impossible”.

“He who steals horses skillfully, can deceive the guards too”, said Amira. She was shaking, and even the presence of the friends whom she trusted could not make feel safe.

“In two hours, I guess, you may start boarding”, declared Pamal-naik.

Moucheron, who had the eyes of an eagle, started looking into the darkness. He was silent, then in one agile movement, he got up and disappeared in the darkness.

 

Chapitre LVII

Dans lequel nos amis se préparent à voler

Dans la jungle indienne, nos amis heureusement sauvés, Kismet et ses compagnons, profitent de la nuit et de leur repas. Ils sont dans le camp de Pamal-Naïk et de ses soldats. Pamal-Naïk suggère à Kismet et aux autres de repartir en France en utilisant l’aérostat qu’il a repris aux Britanniques. Kismet et ses amis approuvent l’idée. Darcène se dit capable de les piloter n’importe où. Il a été marin, et il ne lui sera pas difficile de se guider sur les étoiles. Lorsque l’aérostat arrive, il apparaît qu’il a quelques dégâts, quoiqu’il soit encore capable de voler. Tout le monde soupçonne que c’est l’oeuvre d’Hassaf. Le groupe est prêt à embarquer.

 

Capitolo LVIII

 

Nel quale le vicende dei nostri eroi giungono alla conclusione

 

Marsiglia, 17 agosto 1835.

Il brigantino Nautonnier del capitano Beaugard, salpa per l’America del Sud portando con sé il patriota Giuseppe Garibaldi, Horace de Sainte-Croix e la neosposa Olympe de Cabre. La coppia si è appena unita in matrimonio alla presenza di parenti ed amici, con una triplice cerimonia nella quale sono convolati a giuste nozze anche Clémentine e Victor Jourdan, come pure Jeannette e Moucheron.

 

***

 

Alla cerimonia erano presenti Anne de Brot e il principe Dorgi che hanno ufficializzato la loro unione al rientro in aerostato di Sarasvati, accompagnata de Zacharie e Moucheron. Il loro viaggio è stato molto avventuroso, come forse un giorno racconteremo ai gentili lettori che hanno avuto finora la pazienza di seguirci in questo veritiero racconto.

 

***

 

Tarifa, Amira e suo padre Don Rodrigo de La Roca, partirono per la Spagna e dal palazzo del marchese riuscirono finalmente a far avere loro notizie ai compagni, dai quali si erano dovuti separare in India e ad Eugène Berenger. Questi, raggiunse la sua amata Amira e la sposò, poi si trasferì con lei nuovamente in Egitto dove continuò a svolgere la professione di medico incaricato della salute nel porto di Alessandria. Con loro viaggiava Tarifa, la vecchia nonna di Amira che, con grande forza di carattere, riuscì ad imporre come capo tribù della comunità gitana un altro nipote, non appena giunse la notizia della morte di Hassaf, morso da un serpente a sonagli in India dopo essere sopravvissuto ad un violento scontro con Moucheron nell’aerostato.

 

***

 

Zacharie de Cabre e i compagni furono prosciolti da ogni accusa e riabilitati grazie alla confessione scritta da Lucien de Cabre prima di morire e consegnata alle autorità da Lord Montford, giunto dopo circa quaranta giorni di viaggio dall’America.

Reginald Montford, cieco e provato dal viaggio, si riunì alla moglie Iawdiga, ormai definitivamente pazza e agli ultimi parenti superstiti, ad eccezione del figlio Milton che lasciò la casa paterna senza dare più sue notizie.

Qualcuno lo vide per l’ultima volta il giorno del matrimonio di Victor e Clémentine, pur non essendo stato invitato. La sera seguente le nozze e la partenza di Olympe con Horace, fu recapitata a Victor una lettera anonima nella quale si accusava Clémentine di aver avuto all’inizio del 1834 una relazione con il giovane marchese bretone Gontran de Lacy dalla cui unione sarebbe nata una figlia, abbandonata alla nascita. Victor, incredulo, chiese spiegazioni alla moglie, ma lei si chiuse in un assoluto riserbo. Jourdan allora intuì che qualcosa di vero ci fosse nel contenuto della lettera e insultò crudelmente Clémentine che, in eccesso di disperazione, si uccise precipitandosi dalla finestra del palazzo. Victor, folle di dolore e rimorso, prese allora una pistola e si fece saltare le cervella. L’ennesima tragedia aveva funestato quella disgraziata famiglia.

 

***

 

A fine novembre Garibaldi, Horace e Olympe sbarcarono a Rio de Janeiro ed entrarono in contatto con parecchi esuli italiani affiliati alla “Giovane Italia” di Mazzini e, pertanto, simpatizzanti dei rivoluzionari del Rio Grande. Quando, apprese la notizia della morte della figlia, Olympe decise di rimanere con il marito in quei luoghi e la sua storia si confuse con quella del Brasile.

 

***

Qualche tempo dopo Sarasvati decise di tornare nel suo paese d’origine dove Roland de Chauvignac alias Darcène aveva preferito rimanere per combattere gli Inglesi insieme con i ribelli del Chandigarh. Quando Sarasvati mise piede in India, era ormai una splendida donna. Darcène si avvicinò a lei per continuare a proteggerla come quando era ancora una bambina, ma le cose erano cambiate. A quanto si dice fra loro s’insinuò un sentimento di altra natura ….

 

***

 

Vincent “Poussin” de Cabre, sconvolto per la morte della sorella appena ritrovata, abbandonò la sua vita da vagabondo e scoprì di amare lo studio. Finì per diventare un apprezzato avvocato e sposò Diane de Brot. Quanto a Siffrein, affermatosi parecchi anni dopo come musicista, divenne ricco e famoso, ma non sposò la piccola Aurore. Non seppe mai che suo padre fosse Lucien de Cabre e Jeannette custodì questo segreto assieme al marito Moucheron e a Zacharie. Jeannette e Moucheron ebbero tre figli, al maggiore dei quali fu imposto il nome di Kismet, uomo del destino.

 

***

 

E Ventura starete chiedendo? Di lui si persero le tracce, qualcuno disse che fosse morto, ma nessuno potè dirlo con assoluta certezza.

Avvenne che Zacharie si stava apprestando a lasciare l’India a bordo dell’aerostato con Sarasvati e Moucheron quando all’improvviso da una folta siepe apparve Ventura, lo sguardo allucinato e gli abiti laceri e sporchi. Non disse una parola, come se avesse perduto quella facoltà a seguito di uno shock nervoso.

Si avvicinò al Capitano e, strappatosi il talismano dal collo, lo mise in mano al rivale, poi con una forza quasi sovrumana chiuse il pugno di Zacharie. Il palmo della mano di de Cabre iniziò a sanguinare copiosamente e il talismano si frantumò in mille pezzi. Neppure un gemito fu emesso dalla bocca di Zacharie, poi Ventura si allontanò senza che nessuno attorno ebbe la forza di seguirlo.

Vi furono attimi di sgomento, poi Pema o meglio Pamela l’irlandese figlia adottiva del Siciliano, che negli ultimi tre anni aveva seguito come un’ombra de Cabre, si avvicinò al nostro eroe, gli baciò la ferita e la fasciò con un pezzo di stoffa del suo esotico vestito.

Tra i due vi fu un’occhiata d’intesa e per la prima dopo tanti anni Zacharie sorrise di cuore, aprendosi ad un sentimento ormai quasi dimenticato …

 

Chapitre LVIII

Dans lequel les aventures de nos héros arrivent à leur conclusion

Le 17 août 1835, le brigantin Nautonier du capitaine Beauregard part pour l’Amérique du Sud, emmenant le patriote Giuseppe Garibaldi, Horace Sainte-Croix et sa nouvelle épouse Olympe de Cabre. Le couple vient de s’unir lors d’une triple cérémonie en même temps que Clémentine et Victor Jourdan, et que Jeannette et Moucheron. Anne de Brot et le prince Dorgi ont officialisé leur union au retour en aérostat de Sarasvati, accompagnée de Zacharie et Moucheron. Tarifa, Amira et son père Don Rodrigo sont partis pour l’Espagne où Eugène a rejoint sa maîtresse pour l’épouser puis repartir avec elle en Egypte, où il continuera à exercer la profession de médecin. Tarifa réussit à imposer comme chef des Gitans un autre de ses petits-enfants après la mort d’Hassaf, mordu par un serpent à sonnettes. Zacharie et ses compagnons sont réhabilités grâce à la confession écrite par Lucien et confiée à Lord Montford. Milton fait parvenir à Victor une lettre anonyme dans laquelle il accuse Clémentine d’avoir eu une liaison et une fille, abandonnée à la naissance, avec un marquis breton. Clémentine, désespérée, se tue en se jetant par une fenêtre, et Victor se fait sauter la cervelle. Sarasvati retourne en Inde et épouse Darcène, son tuteur, qui affronte les Anglais avec les rebelles de Chandigarh. Poussin devient avocat et épouse Anne de Brot, tandis que Siffrein se fait connaître comme musicien, mais ne sait pas être le fils de Lucien de Cabre. Et Zacharie? Il s’est remis à aimer, en Inde, Pema ou plutôt Pamela, l’Irlandaise fille adoptive du Sicilien, qui s’est approchée pour le soigner quand Ventura, sorti de la crypte du temple indien, a ôté le talisman de son cou et l’a brisé en mille pièces dans la paume de la main de son rival, avant de s’éloigner rapidement, laissant les assistants frappés de terreur.

 

Epilogue (a)

 

August, 1840, Paris

 

My beloved Emily,

You might ask yourself what this big packet means which you had to get a couple of days ago. I asked you to read it without explaining how it got into my possession. Hopefully, you were charmed with what you read as much as I was charmed writing it. But this is no fiction, not a new work of M. Sue, or M. Dumas. This is a completely true story. Let me explain how I was honored to write it down.

By and by, my small business is flourishing. Isidore, Niepce’ son, is by no way, a genius as his father. Perhaps, I will be able soon to offer you a decent living.

Two weeks ago, I used my camera-obscura to make a shot of the  strangest company, I ever met. Several men and women, a beautiful young Indian woman among them, attracted my attention, and you know that I am very curious from my childhood. Among men, my imagination was shocked by a gigantic man, who treated his wife as if she were created from porcelain. They all looked significant and quite mysterious. I felt that under their wish to make a common daguerreotype, there is something bigger than life.

The most significant of them also looked strange. The black color dominated in his clothes. Besides, all of them called him oddly : Kismet. Do you know such a name in French language ? I don’t.

They were in no hurry. As you remember, my “types” take quite a long time to develop.

They wanted several “types”. The preparations were quite long.

When it came to my fee, Emily, I am afraid that for the first time in my life, I stopped being a business man. I wanted to know the story of these people, and I was brave enough to suggest it as my fee. So I came with this suggestion to their indisputable leader, Kismet. He mockingly raised his brow, and asked me why I was so sure that there was any story. I said that I think I am a good judge of people and always can say if they have something interesting to tell. Kismet looked at his companions, shrugged and agreed, saying that there was actually nothing as interesting as obtaining a generous fee.

I said that the fee could be different.

All of them were participating in the talk. But they were not disturbing each other, rather adding or exacting things. In several minutes, I snatched the pen and started making notes. When they already left, (they don’t live in Paris), after performing all necessary works with the “types”, I started to write feverishly. Now you can judge for yourself that this story is really something worthy to read.

I still don’t have your letter, but let me suppose that you want to know how it all ended.

Well, you may call it happy-end if not to consider that Hassaf (you have to remember that unworthy Gypsy) managed to get inside the aerostat, and nearly succeeded in murdering this charming Amira. He was sure that she was his thing, and he could do anything with her which might please him. He forgot about Moucheron whose patience ended long ago. This giant, who, if I understand correctly, would not hurt an insect, was crazy with fury. He threw Hassaf  away from the aerostat.

Yes, I understand that it was cruel, but I would do the same.

What are their destinies now ? Moucheron and Jeannette got married and are crowned with kids. Olympia and Saltis joined general Garibaldi. Kismet (now I know what his name means) is completely rehabilitated, and thinks of another trip to India as he is sure that only there he will be able to find the still lacking secrets of his ancestor.

Victor ( I never liked this character ) and Clémentine got married, but, perhaps, something is wrong with them as nobody wanted to talk about them. I am completely unaware about the destiny of Duke de Montford—here is also the wall of silence.

Siffrein became a brave young man as much as he was brave being a boy. I was told that he was going to become a professional musician, but so far it does not look like that as the clinking of swords seems to attract him much more than the violin.

I am sure that for me there will be no secrets as I was honored by M. Francois Vidocq who did not want to pay for the “type”, but promised any possible help and information in case of necessity.

I would say that I just saw a dream; however, I am having a substantial proof that it’s no dream. The participants of this story came from different parts of the world to mark the birthday of their leader Kismet and take the daguerreotype. I am proud that my invention attracts such people.

Did you enjoy the story ? After meeting M. Vidocq, I will be able to tell you much more.

I guess he knows more than each participant of this story. I want to see the Old Sicilian mostly, but I have time. Something tells me, he is immortal—such people can not die.

 

I miss you,

 

Always your humble,

 

Louis Daguerre

 

Epilogue (a)

En août 1840, le célèbre inventeur de la photographie, Louis Daguerre, écrit une lettre à sa maîtresse dans laquelle il lui raconte une histoire extraordinaire. Un groupe de gens est venu le voir pour prendre une photo d’ensemble. Le lecteur peut reconnaître dans ce groupe Kismet et ses amis. Attiré par leur allure inhabituelle, Daguerre leur demande en échange de lui raconter son histoire. Il comprend que ce sont des gens mystérieux et veut connaître leurs secrets. Peu à peu, Kismet lui redit ce que nous savons déjà.

Comment se termine l’histoire? Moucheron et Jeannette sont heureusement mariés. Ils ont des enfants. Victor et Clémentine semblent être mariés aussi, quoique personne n’aime beaucoup parler de cette couple. Siffrein est un brave jeune homme, peut-être un futur musicien, quoique l’épée l’attire beaucoup plus. Daguerre, très intéressé, veut poser la question à son vieil ami Vidocq, car il est sûr que Vidocq en sait sur ces gens plus qu’ils n’en savent eux-mêmes.

 

Epilogue (b)

 

Ou Quinze ans après

 

Dans les premiers jours du mois d’août 1850, l’hôtel de Cabre connaissait une animation qui lui était bien peu habituelle. Son propriétaire, l’illustre avocat Vincent Montford de Cabre, et son épouse recevaient en effet des invités venus pour certains de fort loin, et leurs fidèles serviteurs Moucheron et Jeannette – qui se laissaient encore parfois aller, par habitude, à appeler leur maître “Poussin” – ne pouvaient que faire partie de la fête.

Parmi les invités figuraient Eugène Bérenger et Amira. Le marquis de La Roca, mort quelques années auparavant, avait laissé sa fille unique héritière de son marquisat et de son importante fortune. Depuis, les deux époux avaient quitté Alexandrie et voyageaient pour leur agrément tout autour de la Méditerranée.

Le prince Dorgi, qui avait passé ces quinze années à parcourir l’Europe pour des raisons parfois mystérieuses, se trouvait là également en compagnie de son épouse Anne de Brot, soeur de Madame Montford de Cabre. L’invité qui avait fait le plus de chemin était Siffrein, tout juste revenu d’une tournée triomphale en Amérique, et auquel ne manquait que son fidèle Amiral, enterré depuis plusieurs années déjà dans une forêt d’outre-Atlantique.

On parla évidemment beaucoup des absents: Lord Montford, qui avait décliné l’invitation de Poussin, car il vivait désormais en ermite dans sa villa de Marseille où il se consacrait à soigner sa femme; Saltis et Olympe, qui habitaient toujours au Brésil où deux enfants leur étaient nés; Sarasvati, qui avec son époux Darcène avait contraint les Anglais à la reconnaître comme reine de Chandigarh, royaume où elle jouissait d’une large autonomie.

“Pour ce qui est de Milton Montford,” dit Poussin, “je lui souhaite de ne jamais tomber entre mes mains. Je suis à peu près certain que c’est lui l’auteur de la lettre anonyme qui a entraîné le suicide de ma pauvre soeur. J’ai longtemps cherché à savoir si Clémentine avait réellement eu une fille, et ce qu’était devenue cette dernière, tout cela en vain. Et ce n’est pas le marquis de Lacy, disparu en Orient voici plusieurs années, qui pourra me renseigner.”

Mais aucun n’alimenta plus la conversation que le mystérieux Homme en Noir, qui avait traversé leurs vies à tous une quinzaine d’années auparavant.

“Il y a quelques années, à Catane,” raconta Eugène Bérenger, “alors qu’Amira et moi visitions le couvent des Bénédictins, nous avons demandé des nouvelles du mystérieux supérieur dont Zacharie nous avait parlé. Les moines nous ont juré sur tous les saints qu’un tel personnage n’avait jamais existé. Je pense que tous les saints leur pardonneront ce mensonge.”

“Pour ce qui est de Zacharie,” répondit le prince Dorgi, “il existait encore il y a deux ans, j’en suis témoin. Lors de la malheureuse insurrection de juin 1848, j’étais à Paris lorsque je me trouvai par hasard au milieu d’une foule d’insurgés. L’un d’eux me reconnut pour un ancien membre de l’agence de M. Vidocq, et m’accusa aussitôt d’être un mouchard. J’étais en grand danger d’être fusillé, lorsqu’un homme vêtu de noir sortit du milieu des insurgés. Il paraissait avoir une grande influence sur eux, et se porta garant de moi. Mon sauveur était, vous l’avez deviné, notre ami Zacharie de Cabre! Mais à peine les insurgés m’eurent-ils relâché qu’il disparut sans même attendre mes remerciements.”

“Et moi,” dit à son tour Siffrein, “c’est l’année dernière, à New York, que j’ai eu des nouvelles du Capitaine. J’avais alors rencontré une jeune Américaine, fille d’un commerçant français qui, après quelques mois de mariage avec sa mère, l’avait abandonnée pour courir les aventures, et qui n’avait jamais donné de ses nouvelles depuis. Ce Français peu délicat n’était autre que l’oncle de notre bienfaiteur, Lucien de Cabre. Je me disposais à demander la jeune fille en mariage lorsqu’un soir, dans ma chambre d’hôtel, j’eus la surprise de voir  entrer le Capitaine. Il me donna de fort bonnes raisons pour lesquelles je ne pouvais pas épouser sa cousine, et il faut croire qu’il sut convaincre aussi la jeune fille, car elle ne m’en voulut nullement de notre rupture. Elle s’est depuis heureusement mariée avec un de ses compatriotes.”

Jeannette, qui avait pâli à certains passages de ce récit, remercia silencieusement le ciel de sa conclusion.

Mais il est temps de laisser nos personnages à leurs retrouvailles et à leur festin, en regrettant de ne pouvoir, au moins pour le moment, en dire davantage au lecteur sur le sort de celui qui occupe leur conversation.

Est-il mort?

Est-il vivant?

Qui le dira?

 

Epilogo (c)

 

Catania, 12 Novembre 1835

 

Figliolo mio carissimo,

giunta per me l’ora di comparire al cospetto del tribunale di Dio, ti affido questo testamento che cambierà definitivamente il tuo futuro. Quando riceverai la mia missiva avrò ormai cessato di vivere; tu ignori che io sono stato un avventuriero privo di scrupoli che ha perfino accarezzato il sogno superbo di dominio assoluto sulla materia e sulle altrui esistenze, ma confesso a mia discolpa di aver fatto anche del bene, soprattutto da quando mi sono isolato nei sotterranei di questo monastero dal quale aiuto come posso poveri, sofferenti ed afflitti.

Lascio tutte le sostanze terrene alla mia pupilla, alla dolce e forte Pamela che ho rigidamente educato a non avere alcun timore e che sarà per te una buona e fedele compagna. Sono a conoscenza del legame indissolubile che vi lega e non posso far altro che benedire questa unione. Mi trovo nell'impossibilità di calcolare la ricchezza del deposito che ho fatto rinchiudere nei sotterranei di questo monastero per voi, ma unisco a questa mia lettera una mappa scritta con inchiostro simpatico che riporta l’esatta posizione dello scrigno nel quale sono contenute tali ricchezze. Sono certo che ne farete un buon uso …

Quest’ultima mia lettera serve anche a chiarire il mio coinvolgimento nella drammatiche vicende che ti hanno coinvolto. Solo recentemente, grazie alle ricerche di Pamela, ho potuto ricostruire tutti gli avvenimenti a partire dai primi dubbi sulla stessa fedeltà del mio segretario Ventura alias Sergio Brunetto.

Egli apprese, dopo aver molto viaggiato in giro per il mondo, che tu eri il settimo ed ultimo discendente, da parte di madre, del figlio prediletto di Nostradamus al quale questi aveva affidato degli strani documenti che si rivelarono delle notazioni musicali.

Per saperne di più, travestito da missionario, si recò a Marsiglia dove prese contatti con tuo zio Lucien, giramondo e donnaiolo impenitente, che aveva messo gli occhi su una giovane e modesta vedova, Marguerite Lambert, costretta a fare l’operaia per sfamare la figlioletta di pochi anni. Con fare subdolo ed intrigante, Brunetto riuscì ad organizzare un tranello nel quale finì per cadere la donna che tuo zio poté far sua, poi il monaco lo costrinse con il ricatto a trovare il nascondiglio delle tue famose carte. Tuttavia, il fratello minore di tuo padre Olivier non riuscì a scoprire a palazzo il nascondiglio dei misteriosi documenti e Brunetto costrinse Lucien a trascinarti in un viaggio nel Mediterraneo durante il quale avrebbe cercato cautamente di estorcerti la verità.

Fu in quell’occasione che tuo zio intuì che intrattenevi una segreta attività d’informatore per il governo francese. Non essendo riuscito ad alcun risultato, Brunetto stabilì che saresti stato accusato di tradimento, nella speranza di costringere poi Olivier a cedere i documenti in cambio del tuo rilascio.

Intanto a casa de Cabre erano rientrati da Odessa, Olympe con il marito Vladimir e i due gemelli, Vincent e Clémentine. Con la complicità di Lucien, Ventura apprese dello sregolato stile di vita di Vladimir Montford e gli fornì importanti informazioni militari che questi vendette ai Turchi. Come previsto, tu fosti accusato di tradimento e il perfido veneziano si preparava a mettere in atto l’ultima parte del suo piano, quando tu giungesti improvvisamente da Tolone. Brunetto voleva parlare con tuo padre, ma dovette cambiare programma.

Olivier, fra l’altro, conoscendo l’interesse di Lord Reginald Montford per i misteri esoterici, lo aveva contattato per avere in cambio di alcune copie dei documenti (gli originali come mi hai rivelato tu stesso li hai sempre custoditi nei tuoi abiti dalla morte di Mélissande)  il suo appoggio presso il sovrano per scagionarti.

Ma l’Inglese era impaziente d’impossessarsi delle carte e, benché Olivier gli avesse dato appuntamento per il mattino successivo, si recò da lui la stessa notte in cui Brunetto entrava a palazzo, uccideva tuo padre nella sua camera da letto e sottraeva i documenti dalla cassaforte rimasta aperta dopo la tua partenza. Dinanzi al portone del palazzo, Lord Montford s’imbatté in Ventura, che gli aveva spillato del denaro come avevo fatto anch’io nel lontano 1786.

Egli era penetrato a palazzo con l’aiuto di Lucien, ignaro delle intenzioni omicide del complice. Lord Montford stava quasi per strangolare Ventura, ma gli sfuggì come una biscia velenosa, grazie all’aiuto di tuo zio.

Poi, il giorno successivo, quando l’Inglese apprese della morte di Olivier, non volle intervenire nella vicenda per evitare che uno scandalo potesse coinvolgerlo.

I tuoi nipoti scomparvero. Secondo la confessione della principessa Veratowska, Vladimir aveva dichiarato ad Olympe di averli uccisi perché ritenuti figli non suoi. Ma in realtà li aveva ceduti ad un ladro soprannominato Tonneau-Plein.

Frattanto anch’io, dopo una vita spesa allo studio dell’esoterismo, ero giunto inconsapevolmente alle stesse conclusioni di Brunetto e volli incontrarti per fare di te, con il pretesto della vendetta, il Signore del Mondo.

Brunetto si avvide della mia manovra, così architettò un incontro casuale con me in Turchia e finse di essermi devoto; in realtà seguiva le mie ricerche mentre io m’illudevo che la competizione fra lui e te accelerasse il ritrovamento del talismano e della mitica Agarrtha.

Devo anche confessare che parecchie volte sono stato tentato dall’idea di rendere me stesso Immortale, ma scacciai sempre questo pensiero. Fu soltanto quando Pamela scoprì la verità, dopo quasi tre anni di ricerche, che io aprii gli occhi nei confronti di Ventura. Pamela ti ha sempre amato e ha cercato in ogni modo di proteggerti.

Ma adesso figliolo mio carissimo, in quest’ora suprema ho un’ultima importante e delicata  confessione da farti.

Zacharie tu sei ormai … un Immortale e Pamela con te, dato che in India avete unito il vostro sangue con il sangue sacro contenuto nel talismano d’Egitto.

Patirete le sofferenze come ogni mortale, ma un potere oscuro vi proteggerà dalle malattie e rallenterà prodigiosamente l’invecchiamento di 77 anni per ogni anno della vostra esistenza terrena. Continuerete così a vivere nuove esistenze fino alla fine del tempo, quando l’Onnipotente giudicherà i vivi e i morti.

Voi non siate gli unici Immortali, ve ne sono parecchi altri sparsi per il mondo che non sono animati da nobili fini, quindi tu e Pamela dovrete unire le vostre forze per combattere questi esseri e salvare l’Umanità.

Io muoio e il mondo andrà avanti …

                                                                                              Il Siciliano

 

A questo punto un uomo di una quarantina d’anni spense il computer portatile, prese la sua rossa auto sportiva e raggiunse un ristorante tipico del Porto di Marsiglia. Ad aspettarlo si trovava una magnifica donna della sua stessa età, elegante e molto sofisticata.

“Zach, ho provato inutilmente a chiamarti al cellulare l’intero pomeriggio. Sono riuscita a localizzare Ventura !! ”

“Ottimo lavoro, Pam. In effetti il mio telefono era spento. Sai, mi sono fatto prendere dalla lettura e il tempo è volato!”.

 

Epilogue (c)

12 novembre 1835: dans une lettre adressée à Zacharie de Cabre, nous apprenons que le Sicilien, proche de la mort, a confessé ses fautes, avouant avoir été un instrument aux mains de Ventura. Il a caressé le rêve superbe de la domination absolue sur la matière et sur l’existence d’autrui, grâce au talisman égyptien activé dans le mythique Agartha, mais admet avoir renoncé à cette pensée. Il a laissé son trésor, caché dans le monastère des Bénédictins de Catane, à sa fille adoptive Pamela qui avait deviné l’implication de Ventura dans la mort d’Olivier de Cabre et dans les innombrables machinations destinées à détruire Zacharie, dont elle avait suivi incognito les traces. Le Sicilien bénit l’union de ses protégés, puis a une ultime et importante confession à faire : Zacharie et Pamela sont devenus des Immortels, car en Inde ils ont uni leur sang au sang sacré contenu dans le talisman. Ils connaîtront la souffrance comme tous les mortels, mais un pouvoir mystérieux les protègera des maladies et ralentira leur vieillissement. Mais il y a d’autres Immortels au monde, et certains sont mauvais et doivent être combattus pour sauver l’humanité. A ce moment, un homme d’une quarantaine d’années ferme son ordinateur, prend sa voiture de sport et retrouve sa femme dans un restaurant du port de Marseille. Ce sont eux… Zach et Pam, désormais immortels, qui à notre époque ont finalement localisé Ventura. Il semble que la lutte continue!

 

© Texte de Riccardo N. Barbagallo, Vincent Mollet et Gennady Ulman

 

Les auteurs assurent, quant aux protagonistes principaux du roman, que toute référence à des personnes et à des faits réels serait pure coïncidence, même si certains noms ont été choisis pour donner une couleur locale marseillaise.

 

FIN … ?

 

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